
Ph Salvatore Pastore
In scena, al Teatro San Ferdinando di Napoli, La Principessa di Lampedusa di Ruggero Cappuccio, diretto e interpretato da Sonia Bergamasco; una produzione Fondazione Campania dei Festival (repliche fino a domenica 8 febbraio).
Tratto dall’omonimo romanzo di Ruggero Cappuccio, La Principessa di Lampedusa – in forma di monologo – torna sulle scene napoletane dopo il fortunato debutto al Campania Teatro Festival della scorsa estate e una lunga tournée nelle principali piazze d’Italia (dopo Napoli, sarà al Teatro Argentina di Roma). In esso, l’autore ci restituisce il coraggio di una donna carismatica come Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò, e la sua modernità. Madre di Giuseppe Tomasi di Lampedusa – autore de Il Gattopardo – donna risoluta e complessa, Beatrice si staglia fra le macerie di una Palermo ferita dai bombardamenti del maggio ‘43, si rapporta con le sue sorelle Giulia, Teresa, Maria e Lina, suo marito, le cameriere, i campieri, la giovane amica Eugenia, trovando le parole per raccontare in prima persona le passioni, i fallimenti e le follie che muovono un’intera generazione, mentre il presente si sgretola e la guerra imperversa. Ma tutto ciò avviene dopo la sua morte: come un fantasma si aggira tra le rovine del palazzo di famiglia, allo stesso tempo richiamata dai sapori, la natura e la fisicità del paesaggio siciliano, e dall’anelito a uno stato di coscienza superiore, che vada oltre le miserie dell’umano.
«Si tratta di una partitura per fantasmi attraverso un corpo solo e una sola voce, – dichiara Sonia Bergamasco – una trama musicale in cui la voce della protagonista, e le tante voci di chi lei ha amato, detestato, compreso e rifiutato si intrecciano e si inseguono, prendono corpo e spazio. Un teatro delle emozioni e del pensiero».
In uno spazio senza tempo, con dei ruderi di archi che rappresentano le rovine del palazzo ma anche il flusso temporale interrotto, si muove eterea la protagonista che gioca, si fa sarcastica, poi amara, ricordando – alla rinfusa – i vari personaggi che ha incontrato nel suo percorso terreno. Si tratta di una tavolozza con una vasta gamma di sentimenti e stati d’animo che Sonia Bergamasco sa maneggiare con grande talento e maestria. Dopo un inizio un po’ lento, lo spettacolo cresce in ritmo e in situazioni che lasciano lo spettatore incollato alla poltrona. Pur con così pochi elementi, l’azione si segue bene nel suo divenire e – cosa rara per un monologo – lascia il pubblico ancora desideroso di restare immerso in queste atmosfere oniriche. Spettacolo visivamente molto valido, con l’eleganza e il buon gusto delle scene di Paolo Iammarrone e Vincenzo Fiorillo, i costumi di Carlo Poggioli e le luci di Cesare Accetta. Un posto di primo piano lo occupano le musiche di – tra gli altri – Nino Rota e Charles Gounod, il cui valzer rimanda in certo qual modo alla scena del ballo del Gattopardo di Visconti. Da vedere.