Al Teatro San Ferdinando di Napoli debutta Autoritratto, scritto, messo in scena e interpretato da Davide Enia, accompagnato dalle musiche eseguite dal vivo di Giulio Barocchieri; una co-produzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Accademia Perduta Romagna Teatri, Spoleto Festival dei Due Mondi (repliche fino a domenica 29 marzo).
Palermitano, classe 1974, Davide Enia è uno dei maggiori interpreti di quel Teatro di Narrazione sperimentato fin dagli anni Novanta anche da Baliani, Paolini, Perrotta, Celestini, in cui l’autore-attore smette i panni del personaggio per raccontare in prima persona fatti importanti (non solo tragici) che hanno attraversato la nostra storia e cultura recenti. Oltre vent’anni sono passati da quel memorabile talia-Brasile 3 a 2 che gli valse il Premio UBU 2003 e la stima e l’affetto del pubblico che da allora non l’ha mai abbandonato, neanche nelle vesti di scrittore. In questo Autoritratto (nuovo Premio UBU 2025 come miglior testo drammaturgico e come miglior attore), l’artista siciliano si confronta con la memoria sua personale, che diventa anche collettiva, della tragica stagione delle stragi di Mafia del ’92: da Capaci a via D’Amelio, passando per l’omicidio di Don Pino Puglisi fino al rapimento, l’uccisione e la soppressione del cadavere del piccolo Giuseppe Di Matteo, l’abisso più profondo dell’abiezione di Cosa Nostra.
«A volte, – spiega Enia – la mafia rappresenta uno specchio della nostra vita familiare, dei nostri processi decisionali e operativi, del nostro modo di osservare il mondo e intendere le relazioni, del nostro rapporto con la religione. Sono tutte operazioni che scavano a livello inconscio, e che proprio nella comune base linguistica creano le prime cicatrici emotive. In una culla culturale in cui “’a megghiu parola è chìdda ca ‘un si dice”, che si configura come prima soglia dell’omertà, affrontare per davvero Cosa Nostra significa iniziare un processo di autoanalisi. Non volere, quindi, capire in assoluto la mafia in sé, quanto cercare di comprendere la mafia in me. A Palermo tutti quanti abbiamo pochissimi gradi di separazione con Cosa Nostra. Il primo morto ammazzato l’ho visto a otto anni, tornando a casa da scuola. Conoscevo il giudice Borsellino, abitava di fronte casa nostra, sono cresciuto giocando a calcio con suo figlio. E padre Pino Puglisi, il sacerdote ucciso dalla mafia, era il mio professore di religione al liceo. Come me, i miei amici, i miei compagni, i miei concittadini, tutti quanti abbiamo toccato con mano la mafia. Ecco una costante dei palermitani: sentirsi ovunque costantemente in pericolo.»
Con questa forma di Teatro Civile, Enia riporta il teatro alla sua funzione originaria dell’antica Grecia: una messa laica, spogliata di qualsiasi orpello scenografico e di costumi; un rito di catarsi collettiva volta a costruire un cittadino più consapevole e responsabile della sua funzione all’interno della società, intesa come pezzo di umanità calato in un tempo e uno spazio che condivide con gli altri, trascendendo l’individuo. È proprio qui che l’Autoritratto dell’oratore, diventa autoritratto collettivo, pensiero condiviso di un popolo che, nonostante tutto, ha uno scatto d’orgoglio e riesce a ribellarsi alla barbarie (il momento delle lenzuola bianche alle finestre è uno dei più toccanti dello spettacolo). Ed è così che l’Enia affabulatore riesce a tenere incollato lo spettatore alla poltrona per un’ora e mezza densa di emozioni, facendo propria la tecnica o, per meglio dire, l’arte del Cunto siciliano, servendosi di un mezzo linguistico misto di italiano e palermitano; muovendosi nello spazio e gesticolando quasi a disegnare in aria gli oggetti che descrive e che – come un illusionista della parola – riesce a ricreare e a rendere “visibili”; non rinunciando – da buon siciliano – a quella vena ironica, a volte sarcastica, che serve a smorzare la tensione e – contemporaneamente – a rendere più efficaci le immagini che rievoca. È questa la grande forza di Davide Enia: trascinarci dentro un mondo che da suo diventa nostro, da evanescente ricordo diventa tangibile attualità, un grido di dolore che nasce dalla paura e dallo schifìo e diventa anelito di libertà.
Foto di Andrea Veroni