Caterina Gabanella, dopo averla vista come coprotagonista, del film R.I.P., diretto da Alessandro D’Ambrosi e Santa De Santis, approda in teatro al fianco di Paolo Rossi in Operaccia Satirica, spettacolo prodotto da Agidi che vede sul palco anche i musicanti Emanuele Dell’Aquila e Alex Orciari, in un viaggio teatrale che mescola ironia, memoria, musica e improvvisazione. Lo spettacolo nasce come evoluzione della precedente Operaccia Satirica, mantenendo il tono libero e dissacrante che caratterizza l’artista triestino: un comico in terapia con la sua psicologa, interpretata Caterina e i due fidi musicanti, che, attraverso la confessione e la risata, rende omaggio ai propri maestri e riflette sul mondo contemporaneo.
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Caterina Gabanella, ex atleta della nazionale italiana di pattinaggio artistico, prima di scegliere la scena come luogo di verità e libertà espressiva.
In questo periodo sei in scena al fianco di Paolo Rossi, coprotagonista dello spettacolo “Operaccia Satirica – Onora i padri e paga la psicologa”. Ci parli di questo spettacolo e del tuo ruolo?
«Operaccia Satirica è, prima di tutto, una terapia condivisa. Paolo Rossi è in confessione e in apertura, curato da me e dal suo pubblico. Le sue libere associazioni attraversano improvvisazioni, pezzi storici rivisitati, canzoni e momenti di verità; io lo accompagno in questo flusso, gli propongo esercizi col pubblico, gli inietto poesia, provo a dare forma a un materiale vivo e mutevole. In scena interpreto una psicologa molto umana, che analizza troppo ma si lascia anche travolgere. Dentro di lei convivono le mie due nature: quella riflessiva della psicologa e quella emotiva dell’attrice. Con Paolo scriviamo e ci confrontiamo molto, e spesso mi ritrovo a fare ordine nel suo caos magistrale. Ma è un ordine che deve restare vivo. Mi torna in mente Nietzsche: “Bisogna avere in sé il caos per generare una stella danzante” (Così parlò Zarathustra). Operaccia nasce proprio lì, dove il disordine si fa forma e la risata tocca qualcosa di serio».
Com’è nata questa collaborazione con Paolo Rossi?
«È nata sette anni fa, durante un laboratorio alla Maddalena, e da allora non abbiamo più smesso di lavorare insieme. Per me è stato un incontro umano e artistico molto raro. Paolo lavora sulla persona prima che sull’attrice: per stare bene dentro il suo teatro bisogna essere disposti a una crescita umana, non soltanto professionale. Da lui ho imparato che io sono il mio strumento di lavoro, e quindi tutto conta: i libri letti, gli incontri fatti, il modo in cui si attraversa il mondo. Crescere come persona vuol dire crescere come attrice. È forse per questo che il nostro lavoro insieme continua a trasformarsi: non nasce da una formula, ma da una relazione viva».

Caterina Gabanella Paolo Rossi
Come descriveresti questa esperienza teatrale al suo fianco?
«La descriverei come una scuola di libertà vigile. Stare in scena con Paolo significa non potersi mai adagiare nel “pilota automatico”. Anche nei pezzi più strutturati può accadere di tutto. Servono ascolto, riflessi pronti e desiderio di rischio. Per me è un’esperienza preziosa perché mi ricorda ogni sera che la libertà non è fare ciò che si vuole, ma saper accogliere ciò che accade, anche quando incrina il progetto iniziale. È un teatro che costringe a restare vivi, presenti, curiosi. E in fondo il mestiere dell’attore, almeno come lo sento oggi, è proprio questo: restare vivi abbastanza da far passare qualcosa di vero».
Ad ottobre ti abbiamo vista al cinema in vesti di coprotagonista, del film R.I.P., diretto da Alessandro D’Ambrosi e Santa De Santis. Ci parli del tuo ruolo?
«In R.I.P. interpreto Lara, un personaggio che attraversa il lutto e la possibilità di rinascere dopo la perdita. È una donna trattenuta dentro un dolore che non riesce a superare, ma che lentamente, grazie a un incontro inatteso, riesce a riaprire il cuore. È stato un viaggio molto bello, anche perché il film possiede una qualità che cerco sempre nel cinema: è poetico, onirico, magico. Lara non è soltanto un personaggio psicologico, ma una vibrazione umana precisa, un modo sincero e istintivo di reagire alla vita anche quando fa male».
Cosa ti è piaciuto in particolare del tuo personaggio?
«Mi è piaciuta la sua sincerità, il fatto che non si esaurisca in una sola chiave. Lara è ferita, ma non è mai soltanto ferita: conserva una possibilità di apertura, una forza ostinata, un’intensità caratteriale. Mi interessano i personaggi che custodiscono una contraddizione viva. Lara reagisce in modo istintivo, non addomesticato, e proprio per questo resta umana. Non esibisce il dolore: lo porta addosso e, nello stesso tempo, prova a continuare a vivere. Questo la rende molto vera».
Cosa ricordi in particolare dei giorni sul set?
«Ricordo soprattutto la precisione e la cura di Alessandro D’Ambrosi e Santa De Santis. Avevano le idee chiarissime su ciò che volevano, e io mi sono affidata volentieri, perché sentivo dietro il loro lavoro amore, professionalità e una visione autentica. Ricordo anche il piacere dei colleghi e quella sospensione particolare che il set sa creare: una piccola bolla di verità in mezzo alla caos e alla finzione che stiamo vivendo nel mondo reale. Il cinema, rispetto al teatro, è più frammentato e filtrato, mi sento meno padrona di me stessa, per questo funziona veramente solo quando si crea una sintonia profonda con tutta la squadra. Se questo accade è pura magia».
Cosa ti piace di più e cosa ti diverte di più del tuo lavoro?
«Quello che amo di più è la possibilità di entrare in risonanza con qualcosa di umano che riconosco e che aspettava solo di essere risvegliato. Quando recito non cerco semplicemente di imitare qualcuno: provo ad attraversare un “sé possibile”. In questo senso, teatro e cinema sono per me luoghi di presenza e trasformazione. Quello che mi diverte di più è l’imprevisto. Non solo come metodo di lavoro, ma come filosofia di vita. Le cose più belle mi sono capitate per caso. E poi mi piacciono quei momenti vivaci, vivissimi in cui sul palco sembra di superare la realtà. Mi viene in mente Federico García Lorca quando dice splendidamente: “Il teatro è poesia che esce da un libro per farsi umana”. È proprio questo che amo: il momento in cui qualcosa smette di essere pensato e diventa carne, voce, presenza».
Sei un ex atleta della nazionale italiana di pattinaggio artistico. Quando invece la recitazione ha preso il sopravvento?
«La recitazione ha preso il sopravvento piuttosto tardi, dopo la laurea in psicologia. A spingermi verso un corso di teatro è stato proprio lo psicologo che mi seguiva: mi consigliò di cercare uno spazio in cui potessi giocare di più, lasciare emergere una parte di me meno controllata. Da un certo punto di vista, quindi, si potrebbe dire che sia nato tutto per caso. Ma rileggendo oggi la mia storia, credo invece che il teatro sia stato la prosecuzione naturale di una ricerca inconscia che era già iniziata da tempo. Il pattinaggio, per me, è stato il luogo del rigore, della fatica, della disciplina. Il teatro, al contrario, è diventato il luogo del gioco, delle possibilità, dell’emotività. Quando ho smesso di pattinare ho attraversato una crisi identitaria molto forte e, per un periodo, sono stata anche estremamente indisciplinata. Il teatro ha riportato equilibrio nella mia vita: mi ha dato la possibilità di far convivere gli opposti, di oscillare tra perfezionismo e libertà senza averne paura. A un certo punto ho capito che, per vivere bene e anche per recitare bene, è molto più importante saper giocare con gli imprevisti che inseguire un controllo assoluto. Per me la verità sta proprio lì: nelle imperfezioni».
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
«In questo momento sento che qualcosa si sta allineando. Non so se sia una congiunzione fortunata o semplicemente il momento giusto, ma la sensazione è quella. Sicuramente il teatro continua a essere il mio cantiere più vivo, anche grazie al lavoro con Paolo Rossi, che è una ricerca continua. Accanto a questo, desidero continuare a muovermi tra linguaggi diversi, dal palcoscenico al cinema alla scrittura, cercando progetti in cui ci sia una vibrazione autentica da attraversare. In fondo mi sento sempre un po’ in viaggio: forse perché sento che tutto, davvero, esiste soltanto in relazione e in movimento».