Al Teatro Bellini di Napoli va in scena un Amleto dissacrante, stratificato e irresistibilmente contemporaneo. Con Amleto2 Filippo Timi invade il Teatro Bellini con un’esplosione di energia scenica che, fin dall’inizio, chiarisce il carattere vertiginoso del progetto: un Amleto che si guarda allo specchio, si deforma e si reinventa attraverso la lente coloratissima e caleidoscopica della cultura pop.
Lo spettacolo si apre con un’apparizione straniante: Marina Rocco veste una decadente e trasognata Marilyn Monroe che, certa di essere prossima a un Oscar, inaugura una lunga catena di rimandi che mischiano Hollywood e Shakespeare, feticci mediatici e tragedia classica.
È l’anticamera di un universo teatrale che procede per stratificazioni, scarti, ribaltamenti continui.
Quando il sipario si apre davvero sulla corte di Danimarca, lo spazio rivela la sua natura simbolica: un’alta gabbia circense, lo stesso dispositivo che al circo contiene le bestie feroci, diventa la prigione dorata di attori e personaggi: i primi, «bestie da stile», costretti a esibirsi per un pubblico che bulimicamente divora l’arte; i secondi, imbrigliati in un’esistenza confinata alla dimensione finzionale della rappresentazione.
Attorno, elementi di una regalità in decomposizione: un trono scialbo, tendaggi bucati, palloncini kitsch, reliquie di una festa nuziale pacchiana, quella della tourettiana regina Gertrude “Lucia Mascino”, che già annuncia la decadenza morale della corte.
Timi costruisce un meccanismo scenico iperconsapevole, dove la dimensione del teatro nel teatro non è un semplice espediente metadrammatico, ma la chiave interpretativa del viaggio. Numeri coreografici, canzoni, improvvisazioni che squarciano la quarta parete, siparietti da varietà e un diluvio di riferimenti pop – come il celebre discorso di Pacciani cui da voce re Claudio – compongono un magma espressivo che sa essere divertente, irriverente e sorprendentemente coerente.
La chiave di volta che orienta l’azione viene pronunciata da Amleto pochi minuti dopo l’inizio: «Dicono che sono pazzo; allora su questo palcoscenico reciterò lo spettacolo della mia follia». È il manifesto poetico di Timi: la follia come libertà teatrale, come detonazione di senso, come possibilità di riscrivere un classico rendendolo vivo, feroce, pop e universale: Shakespeare pulsa ancora, attraversato da coraggio e ironia, capaci di trasformare la tragedia in un sabba visionario.
Foto di Annapaola Martin