Ho vist’una marotta: : Piccolo bestiario napoletano in musica il concerto dell’Ensemble 33 alla Fondazione Il canto di Virgilio.
Non ci è parsa affatto una cattiva idea concludere, o quasi, l’anno musicale, con un bel concerto di villanelle cinquecentesche, come quello proposto dall’Ensemble 33, ieri alla Domus Ars, per conto della “Fondazione Il Canto di Virgilio”.
E’ sempre un’occasione gradita, a maggior ragione in questo periodo prenatalizio adatto alla riscoperta del “ventre di Napoli” più vetusto, tornare con l’orecchio e la memoria ai suoni di questa musica tanto antica: appartenente non più alla Napoli “gentile” aragonese, ma da essa non troppo distante e comunque propria di una civiltà ancora autentica e non ancora incattivita, ossia quella della prima età spagnola e vicereale.
Di fatto, l’Ensemble 33 (composto dal trio vocale di Stefania Parisi, Sergio Majocchi e Antonio Parisi, e dall’ agguerrito organico strumentale costituito da Guido Pagliano, Raffaella Parrocchia, Gabriele Pagliano, Gabriele Rosco), si è ormai da tempo specializzato in questo repertorio, che propone in guisa assai gradevole, intercalando i pezzi vocali con altri strumentali, in questo caso desunti dal repertorio di danze spagnole e dalle “tarantelle” di Athanasius Kircher.
Il pubblico napoletano, d’altronde, ben conosce ed è in grado di apprezzare queste cose, che fin dai tempi delle prime riscoperte fatte dal grande Roberto De Simone, denunciano di essere parte costitutiva del nostro DNA musicale in quanto partenopei. Fu infatti De Simone, il primo a riconoscere che si trattava di una produzione creata da musicisti locali colti e semicolti, rivolta alla corte vicereale ma anche a «turisti musicofili e agli ambienti musicali, dove si guardava con attenzione alle forme semplici e popolareggianti». Il citato Kircher, filosofo, storico e musicografo tedesco, fu appunto tra questi.
L’Ensemble 33 fornisce un’ulteriore conferma di ciò, seguendo per giunta una precisa traccia tematica attraverso una selezione intelligente, sottotitolata “Ho vist’una Marotta: Piccolo bestiario napoletano in musica”. S’intendeva con ciò proporre i brani con maggiori allusioni al mondo animale, sempre utilizzate come metafora e simboli arguti di realtà amorose, e per la precisione di quell’amore agognato e respinto che genera la poesia.
Ed infatti, si tratta di poesia dialettale di squisita fattura, per giunta messa in musica da gente che ci sapeva fare con le note, così come racconta anche il testimone letterario più fedele di quei tempi, ossia il grande Giovan Battista Basile, del quale si son letti alcuni stralci, dalla voce di Maria Teresa Iannone.
Si va così da “Ho visto una marotta far na danza”, del caposcuola Giovan Tommaso Di Maio, a “Dormendo mi sonniava”, del celebre Giovan Leonardo Mollica detto dell’Arpa; e da “Vidi no gran miracolo l’altr’ier” di Vincenzo Fontana, a “Tu sai che la cornacchia ha questa usanza” di Anonimo e a “Vurria ca fosse ciaola” di un certo Sbruffapappa, un possibile cantastorie locale.
Gli stili son diversi, naturalmente, e infatti appaiono più o meno colti o popolari, più o meno contrappuntistici oppure semplici, ad una o a più voci, e con maggiore o minore intervento dell’organico strumentale. Ma l’impressione finale, davvero omogenea, è che ci si trovi davanti ad un’ottima ricostruzione di come doveva essere quel particolare “paesaggio sonoro”.
Bravi, dunque, tutti gli interpreti, sia vocali che strumentali, ed ottima e calorosa la risposta fornita dal pubblico presente.