In Edipo re, in scena al Tin Teatro instabile Napoli fino al 18 gennaio, il regista Gianmarco Cesario sceglie di non raccontare un mito lontano, ma di farlo accadere davanti agli occhi dello spettatore, restituendo alla tragedia sofoclea la sua funzione originaria: essere esperienza condivisa, rito, attraversamento collettivo del dolore e della conoscenza.
L’ambientazione nomade imprime allo spettacolo un respiro umano e terrestre: Edipo non è più soltanto il re di Tebe, ma un uomo errante, braccato dalla verità, immerso in una collettività che vive il mito come memoria orale, come racconto che passa di mano in mano, di generazione in generazione. È qui che la tragedia ritrova la sua forza politica e sociale, parlando a un presente attraversato da smarrimento e bisogno di appartenenza.
Al centro, l’Edipo di Gianni Sallustro si muove con rigore e misura, costruendo un personaggio che non esplode mai inutilmente, ma si consuma dall’interno, fino a rivelare tutta la sua umanità ferita. Accanto a lui, la Giocasta di Simona Esposito incarna il cuore oscuro dello spettacolo: una donna lucida, potente e tragicamente consapevole, la cui caduta non è solo privata ma collettiva, perché riguarda l’intera comunità che la circonda.
Intorno ai protagonisti si muove un gruppo di interpreti, Enrico Annunziata, Raffaele Karol Avino, Alessandro Cariello, Aurora Capasso, Chiara Catapano, Pasquale D’Antuono, Chiara Esposito, Domenico Nappo, Roberta Porricelli, Lea Romano, Pasquale Saviano, Manuela Ambrosio, Luciana Annunziata, Antonella Miranda, che dà corpo a un coro vivo, pulsante, fatto di presenze giovani, capaci di ascolto e disciplina scenica. È proprio qui che lo spettacolo mostra una delle sue qualità più preziose: la scena diventa uno spazio di apprendimento reale, dove il teatro non è esercizio formale, ma responsabilità condivisa. I giovani in scena non “accompagnano” la tragedia, la abitano, imparando la forza del gesto essenziale, del silenzio, della parola detta con necessità.
Il lavoro corale, sostenuto molto bene anche dalle ottime prove di Mario Brancaccio, Ciro Pellegrino, Vincenzo Merolla, Nicla Tirozzi,Vincenzo Merolla, Stefania Vella, Tommaso Sepe, costruisce una drammaturgia del corpo e della voce che restituisce al testo sofocleo la sua funzione educativa più profonda: insegnare attraverso l’esperienza, non attraverso la spiegazione.
La regia di Cesario rinuncia a ogni compiacimento visivo per concentrarsi sull’essenza del teatro: l’incontro tra attore e spettatore. Ogni scelta – dai movimenti alla scansione del tempo, dall’uso dello spazio alla centralità della parola – è orientata a creare un ascolto vero, un’attenzione che coinvolge chi guarda e chi agisce.
Questo Edipo re non è soltanto uno spettacolo, ma un atto di trasmissione. Trasmissione di un sapere antico, di una disciplina rigorosa, di un’idea di teatro come luogo di crescita umana e artistica. In un tempo che spesso privilegia la superficie, lavori come questo ricordano ai giovani interpreti – e al pubblico – che la vera forza del teatro nasce dall’attraversare il mito, dalla fatica del senso e dalla condivisione di una verità che, una volta emersa, cambia tutti.