
@FedericoPitto
Al Teatro Mercadante di Napoli è di scena Elisabetta Pozzi con Il Lutto si addice ad Elettra di Eugene O’Neill, nella versione di Margherita Rubino, con Paolo Pierobon, Linda Gennari, Marco Foschi, Aldo Ottobrino, Carolina Rapillo, Davide Niccolini, per la regia di Davide Livermore; una coproduzione del Teatro Nazionale di Genova e di CTB Centro Teatrale Bresciano (repliche fino a dom. 18 gennaio).
Scritto nel 1931 dal futuro premio Nobel per la letteratura, Il Lutto si addice ad Elettra è considerato uno dei classici più importanti del teatro novecentesco. Si tratta di una riscrittura, o meglio di un adattamento della trilogia di Eschilo dell’Orestea, riportata in America ai tempi della Guerra di Secessione. A differenza che nell’originale greco, qui il motore della vicenda è Lavinia (Elettra), sorella del malcapitato Orin (da notare l’assonanza con Oreste), e il suo rapporto a dir poco conflittuale con l’odiata Christine (da notare l’assonanza con Clitemnestra), moglie infedele dell’ex giudice e, in tempo di guerra, generale Ezra Mannon (da notare l’assonanza con Agamennone), che durante la propria assenza viene tradito col capitano Adam Brent (Egisto). Di qui una serie di delitti e suicidi, tra gelosie, rancori e rapporti morbosi che sfiorano l’incesto, che si concluderanno con la fine della dinastia maledetta dei Mannon e la clausura catartica autoimposta dalla protagonista nella villa di famiglia, a fare i conti coi suoi fantasmi. «Con questo dramma – afferma Livermore – O’Neill fonda il teatro moderno americano. Esso ci parla di eredità, di drammi e traumi familiari rispetto ai quali siamo tutti coinvolti. La Tragedia non è qualcosa di immoto, “si muove” e si adatta in maniera plastica alla contemporaneità in cui viene riscritta. Duemilacinquecento anni dopo Eschilo, la società è cambiata. Il senso collettivo oggi non è più rappresentato dalla polis, ma dall’individuo. Nella tragedia di O’Neill, la psicoanalisi freudiana, col suo senso di responsabilità personale, si sostituisce alla presenza degli dèi.»
Una serie di boccascena concentrici incornicia l’azione del dramma, quasi a indicare le gabbie di odio e istinti repressi cui le diverse solitudini confinano i vari personaggi. Il bianco e nero delle scene dello stesso Livermore e i costumi anni Cinquanta di Gianluca Falaschi evidenziano un mondo fatto di passioni forti, dove non c’è spazio per le sfumature né per la comprensione delle ragioni degli altri. Il racconto dello spettacolo si svolge in modo agile e ritmato così com’è la scrittura della pièce, ricalcata sul modello classico degli episodi che si susseguono in forma di dialoghi tra due-tre personaggi per volta. Il coro qui “non è più la collettività che giudica moralmente gli eventi. Quel che resta, come spesso accade nella nostra società, è ridotto a un chiacchiericcio,” con un omaggio all’edizione radiofonica del ’56 con Salvo Randone e Aroldo Tieri. Sulla scena giganteggiano le due principali interpreti femminili: Linda Gennari nei panni di un’inflessibile, dirompente Lavinia ed Elisabetta Pozzi (che nell’edizione ronconiana del ’97 interpretava la figlia della Melato), qui chiamata a vestire i panni della risoluta, immorale fedifraga Christine. Un duo che quando agisce insieme mette i brividi, tale la carica che entrambe ripongono nei rispettivi ruoli. Di grande spessore e valenza anche le prove di tutti gli altri interpreti. Tra questi, da ricordare il confuso, malleabile Orin di Marco Foschi e l’ignaro, ma non per questo meno feroce, marito tradito di Paolo Pierobon. Spiace solo l’uso superfluo dei microfoni, per uno spettacolo altrimenti ben curato e godibilissimo, seppure di una durata (tre ore e un quarto più intervallo) cui il pubblico odierno è sempre meno avvezzo.