«Il mio è un umile e sentito tributo – ha sottolineato Gianni Caputo- all’arte di Raffaele Viviani vero monumento nel panorama artistico napoletano del primo 900. Ho lavorato per oltre un anno alla preparazione di questo spettacolo che per me è come un figlio ed è mio desiderio portarlo in giro nei teatri per non farlo cadere nel dimenticatoio».
Nelle opere di Viviani non ci sono eroi, né superuomini ma una serie di personaggi reietti, invisibili , ultimi, ripresi dalla vita popolare napoletana: mendicanti, spazzini, guappi di cartone, lavandaie, accomunati dalla povertà, dalla fame atavica senza però mai perdere la dignità. Le tematiche trattate sono la disoccupazione, l’ emarginazione sociale, la miseria, l’amore non corrisposto ,raccontate senza giudizio né commiserazione o compiacimento alcuno.
Gianni Caputo ha saputo con disinvoltura e maestria professionali alternare il tono disimpegnato e canzonatorio a quello di sofferenza e amarezza, di sconfitta, di tenerezza e malinconia ora servendosi della prosa o del canto o dei versi del grande Raffaele Viviani. Un registro emotivo vario e toccante che ha calamitato l’ attenzione del pubblico in sala.
L’ artista con “O’ Sapunariello” ha raccontato di come, per sfuggire ai morsi della fame, meglio il carcere che ti consente una vita agiata lontano dagli stenti.
“L’omme sbagliato” del 1931 di un orfano senza amore, un uomo invisibile vittima del destino che si è accanito contro di lui.
“O’ carre dè disoccupate” racconta con ironica filosofia del popolo napoletano che anche nella disgrazia riesce a farsene una ragione e a non soccombere.
“Fravecature” del 1930 di una disgrazia sul lavoro con toni accorati e realistici.
Poi Gianni Caputo ha interpretato “O scupatore”, “Piscature”,”A carruzzella”, “Tarantella segreta”, “Arete e’ llastre”,” Ombre e addore”, la frizzante “Piererotta, la magia e la precarietà dell’ amore con “Cose ‘mpruvvisate”, ”O guappo nammurate”, “ Primitivamente” sulla bellezza della vita in campagna, “ Lavannarè” sulle lusinghe dell’ amore carnale, “Guaglione” sulla infanzia di Viviani. Poi la celeberrima “Bammenella “ su i rischi della vita di strada. Con “ Fatalità” racconta la precarietà della vita e il destino già segnato che accomuna tutti gli uomini. “ Cuncetti cuncetti” canzone a dispetto sull’ amore perduto.” Marì- Rafè” della corrispondenza tra Viviani e la moglie che si amavano di un amore profondo e duraturo; “ Si vide all’ animale” una condanna della ferocia e prepotenza degli esseri umani; “Lilorgio” e “Quann aucielle” scritte in prossimità della morte di Viviani.
Nella poesia “Pate e figlio” vuole dissuadere il figlio Vittorio dall’ intraprendere la via della professione artistica perché lastricata di ostacoli e sacrifici.
Con questo lavoro l’artista Gianni Caputo assurge di diritto a custode e garante della tradizione napoletana , della memoria collettiva di un popolo che da sempre spicca nel panorama artistico nazionale e non solo.
La musica ,elemento integrante e insostituibile nelle opere di Viviani è stata affidata ai maestri Daniele Esposito e Pierpaolo Iermano.
Lo spettacolo si chiude sulle note festose di “ Sta festa o sai nasce e more ‘cca” tratta dalla “festa di Piedigrotta” di Raffaele Viviani che celebre la festa della Madonna del Carmine.
Da vedere.