Ci sono dei film che ti restano dentro per una serie di motivi: i temi trattati, la magistrale interpretazione degli attori, il fascino dei luoghi, la verità dei dialoghi, la regia attenta e puntuale con inquadrature che prediligono i primi piani, la fotografia velata e nebbiosa. Ebbene, Elisa di Leonardo Di Costanzo con una strepitosa Barbara Ronchi, presentato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, ha tutto questo e anche di più.
Nell’istituto penitenziario di Moncaldo in Svizzera, Elisa Zanetti (Barbara Ronchi), detenuta da dieci anni per aver ucciso e bruciato il corpo della sorella e tentato di strangolare la madre, decide di collaborare alle ricerche del criminologo Alaui (Roschdy Zem) raccontando la sua vicenda e analizzando a poco a poco le ragioni di tanta violenza. Il dialogo tra i due, spesso interrotto e riannodato, porterà entrambi a scoprirsi e a dare nuova linfa ai termini comprensione e perdono.
Il film è ispirato alle vicende reali e agli omicidi commessi da Stefania Albertani e seguiti dai criminologi Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali che ne hanno tratto un saggio dal titolo Io volevo ucciderla. Per una criminologia dell’incontro, Raffaello Cortina Editore (pag.442, 2022).
Non è la prima volta che Leonardo Di Costanzo si interroga e ci interroga sui concetti di colpa, espiazione, rapporti interpersonali che si instaurano tra le mura di un carcere, la consapevolezza della banalità del male che si insinua anche nei delitti più atroci che non riusciamo a concepire sebbene partoriti da esseri umani come noi. (L’intervallo 2012-L’intrusa 2017- Ariaferma 2021 presentato sempre alla Mostra di Venezia con due attori del calibro di Silvio Orlando e Toni Servillo).
In Elisa questa volta c’è l’esigenza di approfondire ulteriormente tali tematiche e soprattutto riflettere sul confronto quasi impossibile del detenuto con la propria colpa. Non è un caso che sin dalle prime battute il criminologo si adoperi affinchè il colpevole ricordi particolari e dettagli del suo gesto che nella maggior parte dei casi vengono rimossi e archiviati in una sorta di amnesia vigile. Anche il tipo di approccio può variare partendo dal momento in cui è stata commessa la violenza oppure facendo luce a poco a poco sulle cause profonde che l’hanno determinata. Elisa parte da questo e la sua analisi dei fatti diventa a poco a poco vivida e sconvolgente per se stessa e per lo spettatore. Assistiamo impotenti allo svolgersi della tragedia che, come quasi sempre accade, è il risultato di più fattori che vanno letti ed interpretati.
Barbara Ronchi incarna alla perfezione il contrasto tra fragilità personali e violenza efferata motivata da una famiglia che pone in primo piano la competitività tra i suoi membri e il disprezzo per coloro che non riescono ad essere vincenti. In questo groviglio gli unici personaggi che restano lucidi sono il criminologo e il padre di Elisa, il primo perché sa ascoltare senza giudicare in un confronto alla pari, il secondo perché non riesce ad odiare sua figlia. Roschdy Zem e Diego Ribon rispettivamente nei ruoli del criminologo e del padre sono credibili nel mostrare le loro alte capacità attoriali.
Nel film non manca la visione di coloro che non riescono a perdonare e provano sentimenti di vendetta nei confronti degli assassini e meno che mai credono nella funzione educativa e riabilitativa del carcere.Valeria Golino , madre di un ragazzo ucciso per sedare una rissa tra coetanei, appartiene a questo secondo gruppo di persone e probabilmente ne incarna la maggior parte visto il ritorno alla gogna mediatica e alla repressione che sempre più si fanno strada nella nostra società. Siamo portati a credere infatti che molti vedranno nel penitenziario di Moncaldo uno chalet svizzero confortevole, la possibilità di lavorare per i detenuti alla stregua di un hobby e le libertà concesse una sorta di premio perdendo di vista gli alti contenuti del film.
Elisa è da vedere, crudo ma necessario.
Noi di Mydreams vi consigliamo di leggere il saggio di Gherardo Colombo dal titolo Il perdono responsabile. Si può educare al bene attraverso il male? Perché il carcere non serve a niente. Ed. Ponte delle Grazie 2013.