Nessun dolore è l’ultimo film di Gianni Amelio co-scritto con Davide Serino e Andrea Quetti con Alessandro Borghi, Valeria Golino, Valerio Mastandrea.
Il film è stato presentato fuori concorso alla 83esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Davide (Alessandro Borghi )è un appassionato lettore e vende libri usati in un piccolo chioschetto a Roma. Elsa (Valeria Golino), professoressa universitaria, è una sua amica che spesso gli fornisce volumi di seconda mano destinati alla vendita. Un giorno come tanti, durante la pausa pranzo, Davide viene avvicinato da un uomo che gli consegna un bambino nordafricano come se si trattasse di un pacco postale. Nonostante il suo diniego il bambino lo segue in silenzio come un cagnolino fedele ma resta vittima di un brutto incidente automobilistico. In ospedale Davide incontra Aminah, appena sbarcata dall’Algeria su un barcone di immigrati , impaurita e in attesa di un figlio. Davide la ospita a casa sua che sera dopo sera diventa il rifugio di tanti disperati. Inizialmente si ribella ma poi cede per bontà d’animo e spirito di solidarietà. Denunciato dai condomini per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, va in carcere rassegnato quasi per voler espiare la morte di quel bambino il cui corpo non viene reclamato da nessuno per una degna sepoltura. Davide vive fino in fondo la sua personale Odissea che ancora una volta fa riflettere gli spettatori sull’accoglienza, l’integrazione, la responsabilità individuale di fronte alla sofferenza e all’immigrazione riprendendo le riflessioni avviate con Lamerica.
Noi di Mydreams abbiamo avuto il piacere di incontrare Gianni Amelio presso il Cinema Modernissimo di Napoli.
Ecco cosa ha detto il grande regista calabrese che non si è sottratto alle domande del pubblico presente in sala dopo la proiezione del suo film in un clima di grande cordialità ed interesse.
Con la sua sensibilità ha realizzato un film su quello che veramente significa inclusione, solidarietà , appartenenza, condivisione. Tutti noi dobbiamo ringraziarla perché ha dato un volto, una voce a dei sentimenti con cui dobbiamo necessariamente confrontarci. Lei però ha detto una cosa interessante all’inizio del film : questa è una storia che non è una storia vera nel senso che non è già accaduta ma è una storia che potrà accadere. Qualche spettatore ha detto che potrebbe accadere. Lei crede che ciò sia possibile?
«Sa perché ho fatto scrivere nei titoli, ad inizio film la frase non è tratto da una storia vera? Perché molti film oggi sfoggiano la scritta che si tratti di una storia vera, realmente accaduta. E questo costituisce un alibi ed anche una richiesta di complicità verso il pubblico, come a dire che dato che si tratta di una storia vera, accaduta, dovete credermi. Invece è vero solo quello che c’è sullo schermo, non nella vita perché nella vita succedono tante cose e noi registi, noi narratori possiamo fare un film su ciò che vogliamo. Dobbiamo andare a prendere un qualcosa che può accadere, che non è accaduto o che è accaduto e cercare di trasfigurarlo attraverso il linguaggio che noi conosciamo, il cinema. Nella mia vita ho sperimentato l’accoglienza perché la sento necessaria. Ma per l’inclusione serve la politica. Anche Davide vive in un certo senso un’utopia ma il film rappresenta una sorta di sasso che io ho voluto lanciare nei confronti dell’indifferenza».
Il trauma di vedere un bambino morto alla fine del film si sublima attraverso una resurrezione simbolica dove il potere del sentimento supera la morte. In effetti è Aminah il motore della storia narrata.
«É vero, Aminah conosce il dolore, la disperazione e la volontà di espiazione di Davide si sviluppa nel momento in cui la giovane donna gli confida che quella non è la sua famiglia. Aminah ha accolto quelle persone prima di lui e sul quel barcone ha conosciuto gente disperata e ha sentito la necessità di dare un tetto anche a loro. É il comportamento di Aminah che fa pensare a Davide che deve in qualche modo aprire le porte di casa sua dopo un momento di ribellione. E poi subentra il senso di colpa per la morte del bambino. La casa di Davide è una casa vuota, arida sebbene ricca di libri. La sera, quando lui rientra trova inaspettatamente un clima bello, un clima di calore, la TV accesa, il cibo sul fuoco. Ci sono tutte le cose che forse lui non ha mai avuto nella sua vita in quella famiglia che poi si rivela non-famiglia di Aminah. Questa e la rivelazione che poi porta Davide a dire: sono amici quelli che vengono a casa mia. Però, come dicevo prima, una cosa è l’accoglienza, un’altra cosa è l’inserimento. 30-40 persone a casa sua diventano una situazione insostenibile. Ed infatti i vicini denunciano Davide per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La stessa amica gli dice: ma cosa credi di aver combinato? É probabile che queste persone siano state espulse, proprio il contrario di ciò che volevi. Ti sei sostituito ad una legge sbagliata ma che tu non puoi in qualche modo rinnegare. Davide risponde che lui in carcere sta bene perché lo rifarebbe. E Davide dice questo per generosità ma è un comportamento che io per primo sconsiglierei. Il film ha una complessità di sentimenti nei vari personaggi. Il sorvegliante dell’obitorio, Valerio Mastandrea, ha un suo senso e c’è un legame segreto tra Elsa ed il marito col quale lei è scappata da ragazzina. Sono tutte anime disperse e che in qualche modo la morte del bambino fa catalizzare. L’ossessione che Davide ha per la sepoltura mi fa pensare ad Antigone. Nella tragedia greca l’idea che tu devi seppellire il morto è predominante. E mi ricordo una frase di Gianbattista Vico che la sepoltura ridà dignità ad una persona. Il bambino non ha un nome, è un numero e Davide lo porta nella tomba di famiglia per dargli il suo nome. Nell’immagine del cimitero ho girato con un carrello, l’unico nel film che va da destra a sinistra. Si vedono le croci e a poco a poco si vede Davide che porta la bara del bambino. E’ come se fosse davvero la sua salita verso il Golgota. É il punto più alto della sua espiazione. Il film potrebbe finire qui ma io non ho voluto quel finale perché credo che la vita debba ricominciare anche quando sembra finita. La forza del sentimento deve avere la meglio sulla morte e quindi anche sul dolore. La poesia che Valeria Golino recita nell’aula magna dell’università dà il senso del titolo del film, nessun dolore perché a volte si tocca un punto fermo ed impensabile. Nulla viene più diviso dal nulla, né vita né morte, né innocenza dalla colpa e dove anche il dolore è gioia piena. Questo è tutto il percorso che Davide ha fatto. Quel sorriso del bambino gli consente di continuare a vivere . Il bambino è morto, è chiaro che è morto, l’abbiamo tutti visto morire ,però resuscita perché vogliamo che resusciti. Oggi purtroppo abbiamo bisogno di un incidente per sviluppare i sensi di colpa. Ognuno di noi che guarda le scene dei bambini di Gaza o quelli che vivono nella metropolitana in Ucraina , sviluppi questo senso di colpa e una sensazione di impotenza. Dobbiamo far finta che l’incidente non sia avvenuto? Non credo».
I suoi film hanno sempre un tono poetico come anche i personaggi che rasentano una sorta di lirismo. Penso che siano degli effetti fortemente voluti. Il fatto di dare al bambino la sua dignità di persona mi ha colpito e commosso e mi ha fatto venire in mente l’episodio di quando Priamo si reca nella tenda di Achille che ha ucciso suo figlio Ettore. Il vecchio re si inginocchia e gli bacia le mani, quelle stesse mani che si sono macchiate del sangue di suo figlio. Ettore deve essere sepolto perché la sepoltura rappresenta una fase del culto dei morti e dell’al di là. Una società civile e laica si distingue anche per questo ovvero una forma di rispetto per chi non c’è più .
«Io sono partito proprio da questo finale. Non avrei girato tutto il resto del film se non avessi avuto in mente questa scena. Qualcuno mi ha detto che in realtà il finale è qualcosa di molto crudele. Una spettatrice di Parma ha detto che è uscita dal cinema serena, proprio per quella scena. Anche io ho provato serenità e quel finale rappresenta una resurrezione laica. Non c’entrano niente i santi o la natura divina. Con la forza di un sentimento possiamo e dobbiamo rendere giustizia a chi non ce l’ha».
Quali sono stati i criteri per la scelta degli attori?
«É difficile da spiegare. Mi è successo diverse volte che con un attore abbia avuto il desiderio di girare un altro film. Mi è successo con Enrico Lo Verso , Elio Germano e Alessandro Borghi che ha girato Campo di battaglia. E sapete con chi vorrei girare un altro film? Con Leonardo Maltese. É bravissimo, è un talento innato e ha già recitato ne Il signore delle formiche».
Nel frattempo ha girato Rapito di Marco Bellocchio.
«Sono talmente geloso di quello che ha fatto con me che non voglio vedere quello che ha fatto con gli altri. Io non li vedrò. Se il film vi è piaciuto ditelo ai vostri amici. Se non vi è piaciuto proponetelo ai vostri nemici. Sarà un modo per vendicarvi».