C’è un’Italia che preferisce dimenticare, che archivia le vittime innocenti delle mafie come “effetti collaterali”, numeri di un’altra epoca.
Non è così nel libro Io sono Simonetta di Anna Copertino (collana “Sorsi” di Giannini Editore) dove tutto torna a galla. Il dolore, l’ingiustizia, e soprattutto la responsabilità della memoria.
Simonetta Lamberti aveva solo undici anni quando, il 29 maggio 1982, venne uccisa in un agguato camorristico a Cava de’ Tirreni il cui vero obiettivo era suo padre, il magistrato Alfonso Lamberti.
Ma a morire fu lei, una bambina, una vita spezzata che avrebbe potuto finire dimenticata, come tante.
E invece, grazie a questo libro, Simonetta torna tra noi. Non come simbolo astratto, ma come presenza viva, reale, concreta.
Anna Copertino restituisce voce a chi non ce l’ha più. Io sono Simonetta, però, non è solo un racconto del passato, è un libro sul presente.
Ricordare Simonetta oggi è un atto politico e morale, è dire che la violenza mafiosa non può essere normalizzata, che la memoria non è solo commemorazione, ma opposizione attiva al silenzio e all’indifferenza.
Al centro della narrazione c’è anche – e soprattutto – la madre, Angela Procaccini. La sua figura è la vera colonna di questa storia, non una madre spezzata, ma una madre resistente che ha trasformato il dolore in testimonianza, la perdita in voce pubblica.
Procaccini non cerca vendetta, ma giustizia e non solo per sua figlia: per tutti i figli che la camorra e le mafie hanno tolto al futuro.
Così è anche durante la presentazione del libro della Feltrinelli ed ascoltarla riempie il cuore di forza e coraggio.
Ricordare Simonetta non è solo un dovere morale: è una forma di vigilanza collettiva. Un modo per dire che quella morte non è stata inutile, se serve a tenere sveglia la coscienza di un Paese.
Io sono Simonetta dovrebbe entrare nelle scuole, nei tribunali, nei consigli comunali perché il ricordo non appartiene solo al passato. Appartiene a ciò che decidiamo di essere oggi.