Her Private Hell, ultimo lungometraggio del regista danese Nicolas Winding Refn, presentato in anteprima all’interno della rassegna cinematografica Mubi Fest, che quest’anno si è svolta nella Floridiana di Napoli.
La serata è stata introdotta da un panel organizzato da NSS Edicola dedicato al Cinema Napoletano, con la partecipazione di Cristina Donadio, Edgardo Pistone e Irene Maiorino.
Ad introdurre il film, Nicolas Winding Refn in persona, accolto dall’ovazione dei presenti, con la promessa di un dibattito con il pubblico (su sua esplicita richiesta) dopo la proiezione. Il regista ha presentato il film come un’opera “horror, sci-fi, camp, veloce, lenta, colorata: una vera e propria esperienza alla Nicky Refn”.
E in effetti, il film si apre con un’atmosfera cupa e nebbiosa che avvolge stravaganti sistemi cristallini e un paesaggio urbano spettrale fatto di grattacieli altissimi, strizzando l’occhio a un’estetica cyberpunk.
In uno di questi edifici, Elle (Sophie Tatcher), un’attrice, incontra Hunter (Kristine Froseth), una giovanissima e rampante collega, scritturata dal padre della prima, carismatico regista amante della bella vita.
Se in Solo Dio perdona al centro vi era un problematico rapporto madre-figlio, in Her Private Hell sono altrettanto complessi rapporti padre-figlia a fare da filo conduttore all’intera opera, che si snoda attraverso due vicende:
da un lato, Elle che vede nel padre (Dougray Scott) una figura (letteralmente) assente, il quale ritiene che il suo allontanamento per lavorare a un nuovo film possa ricomporre il rapporto tra sua figlia e la sua matrigna, Dominique (Havana Rose Liu), non propriamente idilliaco a causa di un precedente e segreto passato amoroso interrottosi bruscamente, nel tentativo maldestro e pretestuoso di ricompattare una famiglia sfaldata;
dall’altro, Private K (Charles Menton), un soldato giapponese alla costante e disperata ricerca della figlia rapita da un’entità misteriosa che miete vittime ciclicamente.
E’ proprio il padre di Elle ad introdurci quella che inizialmente sembra una leggenda: The Leather Man (L’Uomo Pelle), una creatura diabolica che indossa guanti tempestati di diamanti, intenta a rapire e uccidere giovani donne, squarciandone il petto. Poco dopo, lo vedremo all’opera nella prima sequenza slasher del film, attraverso una finestra dell’edificio prospiciente quello di Elle (e qui il riferimento è fin troppo facile). Da lì in poi, i due filoni narrativi si intrecceranno sempre di più.
Durante il dibattito, Refn ha dichiarato che l’ispirazione principale per la sua ultima opera è derivata da una drammatica vicenda personale:
“Tre anni fa sono risultato clinicamente morto per 25 minuti, e mentre la mia figlia maggiore era grande abbastanza per abituarsi all’idea di vivere senza di me, la minore non lo era, per cui sono dovuto tornare dall’inferno per lei, per cui c’è molto dell’ideale di un padre che prova ad essere perfetto per sua figlia, non essendo ovviamente mai questo il caso”.
Nel film, infatti, ci sono due diverse declinazioni della figura paterna: l’una eroica, l’altra viziosa, quella che vorrebbe salvare la figlia con la sua presenza e che si danna per non essere stato in grado di proteggerla, quella che invece fugge, mente, infonde insicurezza e mortifica, generando i cosiddetti “daddy issues”, il complesso paterno.
In Her Private Hell è condensata tutta l’estetica di Refn, portata già alle estreme propaggini con lo stupefacente The Neon Demon del 2016 e mantenuta allo stesso livello nei due lavori successivi, le serie tv Too old to die young e Copenhagen Cowboy : luci al neon, colori saturi e contrastati, scenografie simmetriche e sfarzose, fotografia patinata e stilizzata, ambienti asettici e sinistri, attori in pose high fashion e quel dualismo sempre costante tra iper-lusso e degrado, che molto spesso confluisce.
Non a caso, in Her Private Hell ci si muove continuamente dall’opulenza degli ambienti di Elle, alla fumosa downtown di Tokyo del soldato K, in delle sequenze che non possono far a meno di ricordare la Los Angeles di Blade Runner.
Se Refn, dunque, continua a rimanere saldamente ancorato ai suoi stilemi, oramai “brandizzati” (che, comunque, non rappresentano una mera questione estetica, ma si fanno essi stessi racconto), è pur vero che in quest’ultimo lungometraggio si fa più intimista: c’è meno spazio per le rappresentazioni dirette delle brutture della società (criminalità, ossessione per la perfezione, misoginia),
ma un maggior focus sulle complessità dei rapporti interpersonali, accompagnato dalle splendide musiche di Pino Donaggio che, con il suo stile operistico, ha disegnato un tappeto sonoro onirico e drammatico, “an italian Opera”, come l’ha definita lo stesso Refn. E’ questo un ulteriore punto di “rottura” con le opere precedenti, dominate dalle composizioni elettroniche del fido Cliff Martinez.
Se gli omaggi a Dario Argento sono evidenti anche a questo giro, stimatissimo dal regista danese, che lo considera come una delle sue maggiori fonti d’ispirazioni, lo spettatore non potrà fare a meno di notare anche una certa vicinanza a David Lynch in alcune sequenze che sembrano ricalcare le atmosfere surreali e oniriche e i movimenti di macchina del genio americano, oltre che per alcune tematiche
(le difficoltà connesse alla paternità in Eraserhead, il dramma di un amore non corrisposto, che richiama le dinamiche di Mulholland Drive).
In definitiva, Her Private Hell è forse l’opera più “personale” di Nicolas Winding Refn: vi confluisce tutta la sua maniera, il suo vissuto e il suo amore per cinema.
E’ senz’altro un film che “si specchia” molto, come d’altronde gran parte della produzione del regista danese, sempre in bilico tra opera cinematografica, video art e fashion film, mancando forse un po’ del mordente tipico dei suoi lavori, ma, in un cinema che rischia di appiattirsi, presentandosi comunque come un’esperienza sensoriale realizzata con mano esperta e qualità fuori dal comune.