Nell’ambito del SàFF-Social Action Film Festival, nella splendida cornice di Donnaregina Nuova-Sala Navata Barocca, è stato proiettato il bellissimo documentario Posso entrare? An Ode To Naples di Trudie Styler, in presenza dell’autrice intervistata da Conchita Sannino. Il documentario rappresenta uno sguardo attento su una città dai mille problemi ma capace di andare oltre gli stereotipi attraverso un tessuto sociale aperto a numerose iniziative ricche di umanità. Posso entrare? An Ode To Naples ha vinto il Globo d’oro come miglior documentario e il Best Documentary Award al Capri -Hollywood Festival. Trudie Styler ha inoltre ricevuto la Medaglia della Città di Napoli.
Noi di Mydreams non potevamo mancare all’evento.
Siamo contenti di averti qui stasera e rivedere il tuo documentario sulla nostra città fatto di immagini e testimonianze di una realtà complessa ma affascinante. Hai avuto la capacità di entrare in punta di piedi per farti poi avvolgere totalmente da Napoli e restutuircela con un racconto originale, tutto tuo. Quale è l’immagine che “condensa” il tuo lavoro?
«Buonasera a tutti e grazie per essere così numerosi. Sono molto felice di essere qui con voi, con il mio mondo italiano. Mi sento come se fossi tornata a casa perché in effetti una figlia di questa città. Grazie a voi che mi avete accolta, che avete aperto le vostre porte, le vostre braccia , i vostri cuori e raccontato storie di gioia, di tristezza, di successo, di difficoltà ma con molta spontaneità, senza reticenze. Io ho con discrezione bussato a tante porte e devo dire che mai una volta ho ricevuto un rifiuto perché ho trovato una comunità integra, intatta, coesa. Penso che probabilmente proprio le difficoltà che questa comunità ha dovuto subire nei secoli , ha fatto sì che non ci si senta mai soli e che si può ricevere aiuto dagli altri. É naturale per me dire questo e un privilegio dirlo in questo luogo magnifico che è la casa di Dio. Voglio rendere omaggio stasera ad una persona speciale alla quale devo molto, anzi tutti noi dobbiamo molto: Padre Loffredo. Sono stata accolta nel quartiere Sanità e mi sento di testimoniare la grande umanità di questo quartiere attraverso i progetti che sono stati ideati e portati avanti da Padre Loffredo e i suoi ragazzi. Ho conosciuto persone meravigliose che hanno sostenuto questo lavoro che ha confermato il desiderio di un cambiamento».
Guardando il documentario si pensa subito al Grand Tour ovvero il lungo viaggio di formazione culturale e letteraria intrapreso tra il ‘700 e l’ ‘800 da poeti, scrittori, aristocratici europei alla ricerca dell’arte classica e dell’ispirazione. Il documentario si apre con dei versi di Shelley. Tu ti sei fatta ispirare dalla luce l’hai saputa raccontare. Ma devo farti una domanda un po’ scomoda: che cosa non ti piace di Napoli o che cosa non hai capito di Napoli?
«Il Grand Tour risale a due secoli fa. Persone ricche venivano a visitare l’Europa ritenuta un giardino. Ovviamente c’era l’interesse per l’architettura, per la bellezza e per il patrimonio storico-culturale dell’Italia, in particolare. Anche io sono stata mossa dagli stessi interessi e desideri ma è anche vero che tutto questo passa per le vite delle persone e proprio questo aspetto mi incuriosisce. Ho avuto il piacere di visitare molti monumenti ma sono rimasta colpita quando ho visto dei luoghi come questo che ci ospita stasera, utilizzati in modo diverso. Quando ho incontrato Padre Loffredo alla Sanità ne ho avuto la certezza. Ho potuto toccare con mano che le chiese, questi luoghi di culto, ospitavano ragazzini impegnati in diverse attività , comprese una palestra e una sala giochi. Lui utilizza la casa di Dio per tenere i ragazzi al sicuro e un’altra cosa intelligentissima che ha fatto è stata quella di coinvolgere le madri. La sua comunità in questo modo si è riscattata ed ha prosperato. Ora Padre Loffredo non è più solo, può contare sull’aiuto dei tanti ragazzi che ha formato. Li ha resi fieri ed orgogliosi di vivere in questa città. Non saprei dire quello che non mi piace di Napoli. So che tutti si lamentano per l’immondizia, il traffico e i buchi sull’asfalto. Io vivo a New York e vi posso dire che lì imperversano i topi. Ma tutto si può risolvere mettendo la buona volontà. Io so che Padre Loffredo ha dato dignità e futuro a tanti ragazzi. Io penso che lui sia come un mago dei sogni che incoraggia tutti a realizzarli e a rendere migliore questa città».
É cambiato il tuo rapporto con la religione, con la fede?
«Il mio rapporto con la fede risale all’infanzia. Ero una bambina cresciuta alla fine degli anni 50 e durante la mia infanzia mi sono capitate delle cose veramente terribili. Non è stata un’infanzia felice perché sono stata investita da un camion, un incidente molto brutto che mi ha lasciato numerose cicatrici, soprattutto sul viso. Non ero una bambina carina, non avevo amici e così cominciai a rivolgermi a Gesù attraverso la preghiera, come se cercassi un amico, un’amica. Avevo trovato un rifugio, una persona che mi ascoltava perché venivo bullizzata dai miei compagni di scuola. Mi chiamavano scarface, ovvero faccia sfregiata. I bambini, sapete, possono essere molto crudeli nei confronti di chi è diverso e trovare appellativi atroci. Comunque ho preso le mie lacrime e i miei lamenti e li ho affidati a Gesù e gli ho chiesto aiuto. Mia madre era volontaria nella chiesa locale ed io ho cominciato a cantare nel coro e quindi frequentavo la chiesa e la religione è stata una parte importante della mia vita. Sapevo che un giorno avrei realizzato tutti i miei sogni e sarei stata amata non per come apparivo ma per quella che ero e che sono. Un vescovo, molto austero ed autorevole, venne nella mia chiesa e disse che Dio non era un amicone ma era l’Onnipotente. Io dal fondo della chiesa, con la mia vocina dissi: ”No, guarda, è proprio un mio amico!”».
Tu sei appena tornata da Toronto per presentare il tuo nuovo film con Antonio Banderas dal titolo Up Against It che racconta la storia di una coppia divorziata costretta a rimettersi insieme per concepire un secondo figlio in modo da salvare da una rara malattia Rose, la loro bambina. Come è nata questa idea? Probabilmente per raccontare, in un mondo diviso da guerre e violenza, una sorta di pace, di concordia?
«É difficile spiegare la storia perché è molto complessa. Una coppia divorziata , si odia, si detesta ma all’improvviso deve fare i conti con la malattia della loro unica figlia e i medici consigliano loro di mettere al mondo un secondo bambino, un save your children. Molte cose li dividono ma il perdono e l’amore prendono poi il sopravvento. Il film uscirà anche in Italia ma non so quando. Vi terrò informati».
Perché le donne hanno poco spazio nel cinema?
«Ci lamentiamo spesso di questo ma lamentarci non serve a nulla. Dobbiamo scrivere più storie che vedono protagoniste le donne ed andare contro un sistema che vede sempre e solo gli uomini ai vertici anche delle produzioni. Non abbiamo nulla da dimostrare, anzi lo abbiamo già fatto. Dobbiamo dare spazio alle donne da un punto di vista lavorativo e professionale».
Ti spaventa o ti attrae l’Intelligenza Artificiale?
«Entrambe le cose nel senso che dobbiamo essere sempre consapevoli e vigili perché ormai il genio è uscito dalla lampada e non possiamo riportarlo dentro. Sta agli adulti orientare anche i più giovani. I robot forse hanno anche un Q.I. alto ma dovrebbero anche essere educati ad avere una buona coscienza, ad essere buoni ma forse questo non accadrà. C’è un’avidità nel mondo e questa avidità è fortissima in un uomo che è un tiranno, ovvero il Presidente degli Stati Uniti. Egli pensa soltanto ai suoi interessi. Oggi ha detto che San Diego e Los Angeles possono essere fatte saltare in aria perché sono città creative, espressione di una libertà e di un’umanità che lui non ha più. Probabilmente da bambino ha vissuto esperienze negative che lo hanno influenzato ma ora è a capo di un Paese e dovrebbe almeno essere capace di ascoltare anche i suoi collaboratori che ormai hanno paura anche di esprimere un loro parere personale. Tutti gli dicono sempre di sì. Conto sulle elezioni a medio termine in modo che ci possa essere una sterzata, un colpo di frusta e io prego per questo».
Quale è il segreto della coppia Sting- Tyler? Indicaci almeno tre fattori
«La nostra relazione è cambiata nel corso degli anni, ben 43! Consentire e permettere sempre all’altro di essere se stesso. Non posso negare che Sting sia un musicista straordinario e che provi gioia a portare la sua musica nel mondo ed io non gli direi mai di non fare più tour come anche lui capisce che ho bisogno di realizzarmi con il mio lavoro e coltivare i miei interessi sostenendo anche le attività umanitarie. Lui non interferisce, anzi mi sostiene come regista, attrice, scrittrice, produttrice ed anche nelle attività di beneficenza. Entrambi poi incoraggiamo i nostri figli ad essere le persone che desiderano diventare e a lavorare perché noi non siamo genitori che staccano assegni. Solo a Natale gli chiedo di fermarsi per un po’ di giorni di vacanza da trascorrere insieme. Il pensiero che ci guida è che nasciamo soli e moriamo soli ma dobbiamo vivere con la persona che amiamo facendo tutto al meglio. Spesso discutiamo anche ma ci occupiamo molto dei nostri figli ed insegniamo loro ad essere se stessi».