
ph Masiar Pasquali
Al Teatro San Ferdinando di Napoli è di scena L’Angelo del Focolare, testo e regia di Emma Dante, con Leonarda Saffi, Ivano Picciallo, David Leone, Giuditta Perriera; una co-produzione del Teatro Nazionale di Napoli con il Piccolo Teatro di Milano, Compagnia Sud Costa Occidentale, Carnezzeria e una prestigiosa rete di teatri europei, tra cui Les Célestins Théâtre de Lyon (repliche fino a dom. 14 dicembre).
Emma Dante prosegue il suo lavoro d’indagine sul nucleo familiare e lo fa attraverso il filtro delle aspettative culturali sulla “donna di casa”. Con L’Angelo del Focolare ci conduce in un giorno qualunque di una famiglia qualunque, dove l’abituale violenza del marito sulla moglie si trasforma in un femminicidio. L’uomo la uccide spaccandole la testa con un ferro da stiro. La donna giace a terra, morta, ma la sua morte non è sufficiente: nessuno le crede. Come un angelo del focolare imprigionato, la donna sarà costretta ad alzarsi e rientrare nella stessa routine, pulendo la casa, occupandosi del lavoro domestico, preparando da mangiare al figlio e al marito, accudendo l’anziana suocera. Ogni mattina, i familiari la trovano morta e non le credono. Ogni mattina lei si rialza e ricomincia a subire la violenza del marito, la depressione del figlio, l’impotenza della suocera che anziché condannare il figlio brutale e dispotico, lo compatisce. Ogni sera la moglie muore di nuovo, come in un girone dell’inferno in cui la pena non si estingue mai.
Una scena vuota che si riempie di oggetti che delimitano cinque luoghi deputati all’azione. Un interno domestico. La scena che si riempie di quattro personaggi: un Marito, una Moglie, un Figlio, una Suocera. I quattro personaggi cominciano a compiere azioni quotidiane come andare in bagno, fare colazione, rifare il letto e così via, in maniera ripetuta e a ritmo sempre più serrato, fino a far perdere a queste azioni il loro significato e la loro utilità: in questa bolgia tutto diventa frenetico, stanco, rassegnato. In questo caos organizzato si delineano i rapporti di potere e di sottomissione della donna all’uomo/animale che impartisce lezioni di ars amatoria – sempre basata sulla legge della prevaricazione del più forte – allo spaesato figlio. Già, perché tutto parte da lì, dall’educazione sessuale (nel senso più triviale del termine) e affettiva (inesistente). È così che si tramanda il patriarcato di generazione in generazione, sembra suggerire Emma Dante, ed è per questo che affrontare questi temi nelle scuole – fin dall’infanzia – è ormai diventata un’urgenza, aggiungiamo noi. Questo e altri temi legati alla violenza di genere è ciò su cui si basa il nuovo lavoro della pluripremiata regista palermitana che si cimenta, questa volta, con uno spettacolo diverso dal solito. Qui c’è un testo che costituisce gran parte dello spettacolo, parlato in un non meglio precisato dialetto pugliese e in grammelot. Anche se il lavoro fisico ancora costituisce una solida base della partitura dei quattro bravissimi interpreti che danno sangue e fuoco ai loro personaggi. Il testo è dunque un connubio perfetto tra parola e azioni, senza tralasciare un’ironia tagliente e beffarda (altra cifra stilistica imprescindibile della nostra), per questo dramma familiare del nuovo millennio. Un dramma che va ben oltre la cronaca e diventa parte del nostro vissuto quotidiano.