
foto Serena Pea
Il Teatro Mercadante di Napoli leva il sipario su Giuliana De Sio ne IL GABBIANO di Anton Čechov, nella traduzione di Danilo Macrì, con Filippo Dini, Giovanni Drago, Valerio Mazzucato, Virginia Campolucci, Gennaro Di Biase, Angelica Leo, Enrica Cortese, Fulvio Pepe, Edoardo Sorgente, per la regia di Filippo Dini; una co-produzione Teatro Stabile del Veneto, Teatro Nazionale, Teatro di Napoli–Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino–Teatro Nazionale, Teatro di Roma–Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano (repliche fino a domenica 1° febbraio).
Scritto nel 1895 e andato in scena a Pietroburgo l’anno successivo con un clamoroso insuccesso (come avviene spesso coi capolavori che anticipano i loro tempi), Il Gabbiano ebbe il suo giusto riconoscimento due anni dopo, quando Stanislavskij lo mise in scena a Mosca col suo neonato Teatro dell’Arte. Da allora è diventato il testo più rappresentato di Čechov e uno dei testi più rappresentati al mondo in assoluto. Esso racconta di un’umanità sull’orlo del baratro, alla costante ricerca di una speranza contro la malinconia e la rassegnazione. In riva a un lago, un gruppo di persone sono riunite per trascorrere l’estate in una dacia di campagna: fra loro, il giovane Kostja che desidera risollevarsi dal grigiore della vita attraverso l’arte della scrittura. Nella sua spasmodica e inconcludente ricerca di “forme nuove” è sostenuto e infiammato dall’amore per Nina, sua coetanea che sogna di diventare attrice, e fomentato dal tentativo di opporsi con veemenza e passione alla madre, Irina Nikolaevna, una famosa attrice fidanzata con un importante scrittore, Trigorin. Ma tutto precipita quando Kostja – senza motivo – uccide un gabbiano, simbolo di bellezza, libertà e fragilità, segnando un punto di non ritorno nel destino degli uomini: la loro fiducia diventa speranza disillusa quando i loro intenti falliscono e si scontrano con l’amore non corrisposto, i loro sogni si infrangono nella concretezza del quotidiano.
«Nei primi tre atti – osserva Filippo Dini – la commedia si sviluppa attraverso una sorta di parabola discendente, che precipita nel gorgo dell’illusione. Parte nella gioia, nella passione, nell’eccitazione del teatrino messo su da Kostja e poi interrotto da lui stesso, infastidito dalle critiche della madre. Tutto, da questo momento in poi, precipiterà abbastanza velocemente, fino a culminare nel punto più oscuro e terribile della vita di ognuno di noi, quell’istante in cui ciò che era desiderato e solo sognato, per la prima volta si delinea come irrinunciabile. Qui Čechov chiude il terzo atto: Trigorin e Irina ripartiranno per Mosca, Kostja diventerà uno scrittore, Nina diventerà un’attrice, e inizierà una relazione con Trigorin. Il quarto atto, che costituisce un racconto autonomo e indipendente anche cronologicamente, poiché si svolge due anni dopo i precedenti, narra di come tutti i tentativi e le pulsioni di riscatto di ognuno si siano scontrate contro il muro della quotidianità e abbiano modificato le vite di tutti, trasformandole in orribili esistenze colme di rimpianti, e su tutte, quella di Kostja, che decide – per questo – di togliersi la vita. Čechov sembra voler rappresentare una metafora di tutta l’umanità. L’immortalità di questo testo e la sua bruciante contemporaneità sta proprio nella descrizione di una “umanità alla fine”, una società sull’orlo del baratro, che avverte l’arrivo di un’apocalisse, che di lì a poco spazzerà via tutto il mondo per come lo abbiamo conosciuto fino a quel momento (di lì a vent’anni, infatti, ci sarà la Rivoluzione). Le somiglianze con la nostra epoca sono straordinarie.»
Il luogo in cui Filippo Dini sceglie di far interagire questi dieci personaggi alle prese con le proprie miserie, le proprie velleità, i propri fallimenti, è più un luogo dell’anima che fisico, come suggeriscono le belle scene evocative di Laura Benzi. L’azione qui è spostata in avanti, ai nostri giorni, a sottolineare l’universalità delle tematiche affrontate. Il teatrino di Kostja che campeggia al centro del palcoscenico ricorda da vicino quello utilizzato da Amleto per smascherare l’omicidio del padre da parte di suo zio. Del resto, è questo il testo di Čechov con più punti di contatto col teatro shakespeariano, in particolare proprio con Amleto (vedasi il rapporto Irina/Gertrude-Trigorin/Re Claudio e Kostja/Amleto-Nina/Ofelia), come suggerisce anche qualche battuta, qui e lì opportunamente interpolata dalla regia. L’operazione attualizzazione risulta ben riuscita, soprattutto grazie all’introduzione di brani musicali attinenti alle varie situazioni, cantati – di volta in volta – dai vari interpreti che hanno così modo di far apprezzare anche le loro doti canore, oltre che quelle attoriali. Sopra tutti, si erge la monumentale Giuliana De Sio, perfetta nel tratteggiare la vanesia quanto ego-riferita attrice all’apice del successo Irina, tanto sensibile come artista quanto pessima come madre. Il Kostja di Giovanni Drago è un’altra prova di bravura per un attore ancora giovane ma con tante frecce al suo arco. Virginia Campolucci disegna una Nina diversa dal cliché, caparbia, volubile, con l’urgenza (più che la necessità) di farsi apprezzare come attrice dal pubblico e come donna da Trigorin. Altrettanto lontano dal cliché del genio ombroso appare il Trigorin di Filippo Dini che immagina per sé un personaggio pieno di verve, illuso di poter ancora dare e prendere tanto dalla vita, tanto abile nello scrivere parole quanto impacciato nel pronunciarle (è infatti caratterizzato con la balbuzie). Gli altri attori sono ugualmente capaci e credibili nei rispettivi tic e manie, per uno spettacolo che risulta equilibrato, vivace e godibile.