
ph Gianluca Pantaleo
Al Teatro Mercadante di Napoli è di scena Vinicio Marchioni in Riccardo III di William Shakespeare, nella versione di Federico Bellini, con Silvia Ajelli (Regina Elisabetta), Anna Coppola (Regina madre, Duchessa di York), Flavio Capuzzo Dolcetta (custode), Sebastian Luque Herrera (Principe York Richmond), Luca Ingravalle (Principe Edoardo), Giulia Mazzarino (Lady Anna), Candida Nieri (Regina Margherita), Stefano Patti (Buckingham), Annibale Pavone (Clarence – Re Edoardo – Stanley), Andrea Sorrentino (Hastings, Sindaco), per la regia di Antonio Latella; una co-produzione Teatro Stabile dell’Umbria e LAC-Lugano Arte e Cultura (repliche fino a dom. 1° marzo).
Tra le prime tragedie di argomento storico di Shakespeare, Riccardo III fu composta nei primi anni Novanta del Cinquecento e narra di fatti successi un secolo prima, quando l’Inghilterra fu sconvolta dalla terribile guerra civile detta “delle Due Rose”. In essa, gli York (dallo stemma araldico raffigurante una rosa bianca) e i Lancaster (con sullo stemma una rosa rossa) si contendevano la successione al trono. Riccardo, rampollo deforme e dallo spirito guerriero degli York, è deciso a sacrificare parenti, amici e chiunque si frapponga tra lui e la corona, pur di conquistare il potere. In questa versione, Latella sceglie di fare a meno della deformità fisica del protagonista e la spiega così: «Il male è. Non è una forma, non è uno zoppo. Non è un gobbo. Il male è vita. Il male è natura. Il male è divinità. Il nostro intento è quello di provare ad andare oltre l’esteriorità del male cercando di percepirne l’incanto. È chiaro che se il male stesso viene rappresentato attraverso un segno fisico il pubblico è portato ad accettarlo, vede la “mostruosità” e la giustifica. Anzi, prova empatia se non simpatia con e per il protagonista. Ma è ancora accettabile questo “alibi di deformità” nel ventunesimo secolo? Il male che mi interessa è nella bellezza, non nella disarmonia. Il male è il giardino dell’Eden. Una bellezza ingannatrice, fatta di relazioni pericolose, di giochi di seduzione continui. E, in questo, Riccardo III è il maggiore dei maestri. La sua battaglia non è per la corona, non è per l’ascesa al trono, ma è per la sottomissione del femminile, quando è proprio il femminile che gli darà scacco matto.»
E in una sorta di Giardino dell’Eden rovesciato Antonio Latella ambienta tutta la tragedia (suggestiva la scenografia di Annelisa Zaccheria che riproduce un roseto di rose bianche degli York). Il nitore della scena rende visivamente il concetto di bellezza/male, purezza impura. Al suo interno si muovono – sempre a vista – gli attori che, con un semplice cambio di casacca (anche qui si gioca sul piano sia reale che metaforico) diventano i vari personaggi. I costumi di Simona D’Amico trasportano l’azione in una corte settecentesca, epoca in cui la dissimulazione e gli intrighi di palazzo raggiunsero il loro apice. Tra tutti si erge, maestosa, la figura di Riccardo, male assoluto, che con le sue macchinazioni riesce a manipolare tutti fino alla fine, prima di soccombere al suo giusto destino. L’interpretazione intensa e misurata di Vinicio Marchioni ne fa un vero seduttore (non solo in ambito amatorio). A tratti, il sibilo delle sue S rimanda apertamente al serpente dell’Eden mentre, in altri luoghi, il suo giocare con le parole e le intonazioni suggerisce una natura ironica e istrionica del personaggio. Fino alla scena finale, ove “Un cavallo! Il mio regno per un cavallo!” apre a un’interpretazione perfino eroica del male. Bene tutti gli altri protagonisti di questa numerosa compagnia, le cui voci ben si accordano in una sinfonia che va dal grottesco al tragico (bellissimi, in generale, i ruoli femminili). Con questo Riccardo III, Latella ci regala un’ennesima bella pagina di teatro, tra le migliori da lui firmate negli ultimi anni, sicuramente tra le più interessanti riguardo al teatro shakespeariano.