«Se le donne delle mie commedie mi sono talmente entrate nel cuore e nella testa che mentre mi ingegno di farle capire a quelli che mi ascoltano, sono esse che hanno finito per confortare me». Eleonora Duse
Dal 18 settembre è nelle sale Duse di Pietro Marcello, presentato in concorso all’82esima Edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Più che un biopic sulla vita della grande attrice Eleonora Duse (1858-1924), interpretata magistralmente da Valeria Bruni Tedeschi, rappresenta una riflessione sulla forza dell’ arte scenica capace di essere universale e catartica e di come il potere si senta in grado di farla propria in modo arrogante e discutibile. Il regista concentra la sua attenzione sugli ultimi anni della Divina, come l’apostrofava Gabriele D’Annunzio, suo amante storico. Insieme agli sceneggiatori Letizia Russo e Guido Silei scrive un dramma che parte dalla fine della prima guerra mondiale arrivando agli albori del fascismo con la non troppo segreta intenzione di narrare l’avvento di quel decadentismo che segnerà la letteratura e il disfacimento e il declino di un’epoca con un’avversione per la mentalità e la morale ipocrita della borghesia.
Sin dalle prime scene si respira un’aria di morte che attraversa tutto il film con l’inserimento di filmati d’epoca che descrivono meglio delle parole il clima di quegli anni. (Fil rouge: l’attraversamento della penisola italiana della salma del Milite Ignoto scelto da Maria Bergamas tra undici salme di caduti non identificabili). Eleonora Duse , accompagnata dalla fedele Dèsirèe (Fanni Wrochna) si reca sul campo di battaglia, visita i feriti nell’ospedale riflettendo sulla fragilità dell’arte e sul non voler rinunciare, dopo anni di assenza, a calcare il palcoscenico pur essendo molto malata avendo contratto la tubercolosi.
Le scene del film ricche di primi piani sul volto stanco ed emaciato quale quello della Duse in quegli anni tremendi, restituiscono atmosfere nebulose grazie all’ottima fotografia di Marco Graziaplena. Alcune di esse, ne siamo certi, entreranno nella storia personale di Valeria Bruni Tedeschi che, finalmente, può dispiegare le sue doti di attrice drammatica. La prima è quella quando si confronta con una giovane attrice che non riesce a trovare il giusto tono da dare al suo personaggio ne La donna del mare di Henrik Ibsen , quando legge ai suoi nipotini una pagina del Pinocchio con tanta veemenza da scatenare l’ira di sua figlia Enrichetta (Noèmie Merlant), quando incontra Gabriele D’Annunzio (Fausto Russo Alesi) che la chiama affettuosamente Ghisola, quando incontra il Duce (Vincenzo Pirrotta) che le comunica di aver provveduto all’estinzione dei suoi debiti nonché all’ assegnazione di un vitalizio. La scena con Sarah Bernhardt ( Noèmie Lvovsky che ha diretto nel 1994 Valeria Bruni Tedeschi in Oublie-moi) è da manuale perché ripropone l’eterna questione se sia meglio portare in scena i classici o testi sperimentali ed innovativi. (Vedremo se nel film La divina di Francia-Sarah Bernhardt del regista Guillaime Nicloux con Sandrine Kiberlain, la cui uscita italiana è prevista per il 23 ottobre 2025, si parlerà dei suoi rapporti con la Duse e della loro rivalità con Gabriele D’Annunzio).
Una piacevole curiosità: Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani, recita nel ruolo dell’attendente di Gabriele D’Annunzio.
Duse è un film pienamente riuscito e va visto con gli occhi benevoli e cerulei di Valeria Bruni Tedeschi.