C’è meno strada percorsa e più tempo per fermarsi ad ascoltare nei nuovi brani di Dirlinger. “La città ideale” e “Il vecchio e il mare” arrivano come due pagine dello stesso diario, attraversate da sonorità raccolte che guardano tanto al cantautorato indipendente americano quanto a certa scuola d’autore italiana più appartata, meno esplosa di clamore e di luci di scena. Tutto passa attraverso la voce, le chitarre e arrangiamenti essenziali di Dirlinger, al secolo Andrea Sandroni: una stanza, cavi, chitarra, microfoni, amplificatori… la solitudine di se stessi… suoni che rinunciano agli eccessi per lasciare spazio alle parole e alle immagini, perché dentro questa manciata di note, si vedono film e si vivono libri. La citazione di Hemingway non è un caso: disposti al caos o devoti alla zona di confort?
Perché questa ulteriore sintesi del suono e della forma? Se ha senso per te questa domanda…
Era un periodo in cui mi ero fissato con alcuni lavori di Niccolò Fabi, Filippo Gatti ed Elliott Smith, che avevano un suono tra il folk, l’alternative e il lo-fi. Oltre a questo, mi stavo trovando a studiare una nuova DAW e, per non complicarmi la vita, sono partito registrandomi come fosse un vecchio multitraccia, e il risultato è stato questo. Mi è sembrato onesto e allora ho deciso di pubblicare.
E dunque parafrasando Hemingway e questa copertina? Per te il caso dell’imprevedibile o la certezza matematica?
Quest’opera di Hemingway, nella mia percezione e interpretazione, insegna a sapersi sempre rimettere in gioco, in maniera vigile e attenta, lasciandosi quel margine di curiosità per le cose inattese, ed è una benedizione che ci abbia lasciato come ‘testamento artistico’ un’opera che potesse suggerire questa interpretazione. La copertina nasce dalla sovrapposizione di un’immagine che rappresentasse un aspetto de La città ideale e uno de Il vecchio e il mare. Quindi, alla fine, direi che si tratta della curiosa “incertezza matematica”, quella che permette di partire da regole note per scoprire nuove belle eccezioni.
E tutto questo in una forma canzone assai di “sintesi” e lineare, come si traduce? Quanto caos c’è dentro queste due canzoni apparentemente ordinate e regolari?
Ce n’è tanto. La sintesi arriva dopo il gusto (e il trambusto) della prolissità del caos. A un certo punto capita, nelle proprie confusioni e ansie quotidiane, di riuscire a contrastare l’eccessiva velocità e l’eccessiva lentezza dello sconforto e del timore, riallineando il proprio ritmo con quello delle cose che accadono, e lì inizia il processo di sintesi: c’è chi queste cose le conserva per sé, c’è poi invece chi ne parla, chi ne scrive e chi ne canta. La città ideale parla della fatica di trovare le proprie persone nella folla (amanti, amici e famigliari); Il vecchio e il mare parla di saper riconoscere la bellezza nella confusione del nostro tempo. Sono due capacità importantissime a cui tendere.
E a proposito di “sintesi”: nei live del tuo primo disco, dove e quando hai seminato il tuo furto? Cioè quando e come è accaduto di scoprire quale altra direzione potesse starti addosso?
A me non sembra, nella dimensione live, di essermi allontanato troppo da quello che era cOntastorie. Magari ho cambiato leggermente modo di suonare la chitarra, ma fondamentalmente le canzoni sono quelle. Dal vivo non c’era una band, e ho sfruttato altre parti ritmiche del mio corpo (come i piedi) o melodiche (attraverso la bocca) per aggiungere strumenti. C’è stato poi tanto ascolto di linguaggi per me nuovi, che in qualche modo mi hanno dimostrato che quella cosa che facevo dal vivo poteva stare benissimo sul disco. E anzi, magari aumentare quel desiderio di sincerità che ho e che voglio riversare in quel che canto.
Dunque il prossimo disco? Magari un altro cambio ancora? Il prossimo disco risente ancora di più di quei nuovi stimoli cantautorali. Nel disco, oltre a chi già era stato presente in cOntastorie, c’è l’innesto di tanta gente bella che si è lasciata incuriosire dalle mie storie e prenderle a cuore, tanto da entrare nel laboratorio e metterci le mani insieme. C’è un nuovo lavoro collettivo, con nuovi spazi, linguaggi e, quindi, opportunità.