La Gradiva, esordio alla regia di Marine Atlan, vincitore del Gran Premio della Critica alla 79esima edizione del Festival di Cannes, sarà nelle sale cinematografiche italiane dal 12 novembre prossimo. Noi di Mydreams abbiamo potuto assistere all’anteprima in presenza della regista presso il Cinema Metropolitan di Napoli.
Il film ,ben diretto, è un approfondimento dei problemi e delle inquietudini dell’adolescenza definita da sempre un’età ingrata che vede protagonisti un gruppo di studenti francesi in visita al capoluogo campano e alle rovine di Pompei. Il legame spesso conflittuale che lega i ragazzi alla professoressa di latino Mercier e tra di loro avrà un epilogo triste e per nulla scontato.
Numerose le domande rivolte a Marine Atlan che ha risposto sempre in maniera esaustiva ed esauriente evidenziando un interesse costante per il mondo della scuola e per i giovani attraverso la sua personale visione che cattura lo spettatore dalla prima sequenza all’ultima mobilitando paesaggi e siti archeologici nonché le diversità tra i ragazzi pur nella dimensione corale del film.
Come è nato questo film? Perché questo titolo?
«Gradiva, dal latino colei che cammina, è il nome attribuito ad una celebre figura femminile scolpita in un bassorilievo in marmo, custodito nei Musei Vaticani a Roma.Nel corso del tempo il suo significato si è esteso dall’archeologia alla letteratura ed infine alla psicoanalisi. Infatti nel 1903 lo scrittore tedesco Wilhelm Jensen pubblicò il racconto Gradiva il cui protagonista Norbert Hanold, rimane ossessionato dal bassorilievo e finisce per proiettare la figura della donna in un viaggio a Pompei, confondendo l’illusione onirica con la realtà.Nel 1907 Sigmund Freud analizzò il racconto concludendo che Gradiva rappresenta l’incarnazione del rimosso, il simbolo dell’inconscio e del recupero della memoria attraverso il sogno e la fantasia. Capirete bene allora perché ho dato questo titolo al film dal momento che il protagonista Toni non solo vuole scoprire l’origine della sua famiglia , probabilmente i Montorso, ma confonde la realtà con il sogno. Anzi spera che il sogno si avveri per giungere alla sua identità. Ho avuto la curiosità di esplorare la natura di questi adolescenti in viaggio e Pompei, in particolare, offriva una serie di tracce e far nascere delle fantasie come è successo nel percorso di Toni fatto di verità, fantasia ed illusioni. C’è un percorso sociologico intrecciato con quello della fatalità. E questi due percorsi non sono stati facili. A Napoli si ha un tempo dilatato dove il Vesuvio gioca un ruolo importante: distrugge, copre, riveste, ricostruisce. É una sorta di catalizzatore delle idee ma ci fa anche comprendere la fragilità della vita ed il complesso rapporto con la morte. Toni, soprattutto a Pompei, dominata dal Vesuvio, vuole fare propria un’immagine che lo riporti alla sua famiglia per acquisire un’identità, come ho detto prima. Ma Toni soffre molto per questa mancanza. Destino, fatalità e mitologia si incontrano nella realtà vissuta».
C’è una sorta di paradosso nelle storie vissute dai ragazzi in particolare Toni, James e Suzanne. Quest’ultima sembra isolata ma poi non lo è. C’è James confuso e c’è Toni con la sua storia tragica perché gli è stata raccontata una menzogna enorme sulla sua famiglia, c’è l’insegnate che non comprende le ragioni del disagio di Toni. Quanto c’è di personale in tutto questo?
«Nel film ci sono delle sfide collettive. I personaggi sono molto complessi. La professoressa sicuramente ha una sua vocazione per fare questo lavoro ma mostra anche un aspetto fragile della sua personalità. Si fa delle domande, ha dei dubbi sul suo operato. James è un ragazzo privilegiato, di buona famiglia che però non è contento dei risultati scolastici ottenuti anche se significativi. Penso per quanto mi riguarda al tema dell’esilio. Io provengo da una famiglia di origine tunisina ed ho sempre sognato questi luoghi dell’infanzia. Sì, c’è qualcosa di personale».
Innanzitutto le faccio tanti complimenti per il film che ho trovato davvero ricco di spunti di riflessione. Penso che molti docenti si potranno rivedere nella professoressa di latino ma forse non diamo grande attenzione a quelli che sono i reali problemi dei ragazzi. Spesso non conosciamo il loro vissuto e come una nostra parola o una nostra valutazione possa farli andare in crisi. Oggi è difficile parlare di adolescenza perché i giovani non sono al centro degli interessi della politica. Lei concorda?
«Sono perfettamente d’accordo con lei. Sono figlia di professori e anche attraverso questo film volevo rappresentare le difficoltà di questo lavoro. Il film fa eco a tutte quelle che sono le sfide politiche del nostro tempo e in molti Paesi non c’è più una forte attenzione sui problemi scolastici, sulle disuguaglianze, sull’integrazione degli stranieri. In Francia sono iniziate delle proteste, degli scioperi perché ci sono delle differenze tra le scuole di periferia e quelle del centro. In periferia scuole fatiscenti o addirittura pericolanti. Anche gli insegnanti hanno difficoltà nel rapporto pedagogico con i loro alunni e nel film questo aspetto è ben evidenziato tra la professoressa e Toni. Forse tutti i docenti vorrebbero allievi come James ma dovremmo anche premiare la meritocrazia. É una grande sfida».
Come rendere evidente una traccia ? Come rendere evidente ciò che non esiste più ed è scomparso? E quindi: cos’è per lei una traccia e come la rappresenta?
«La traccia è una sorta di filo conduttore di tutto quello che è stato il mio percorso finora ed è molto importante conservare tracce di qualsiasi cosa. Io ho iniziato con la fotografia che mi ha dato sempre la possibilità di catturare delle tracce. Ovviamente da sole non bastano come nel caso specifico di Toni. É necessario un riscontro. La verità spesso sfugge ed il film racconta anche questo. É compito dell’arte quello di raccogliere da veri elementi una verità univoca».
Quale è stato il suo rapporto con i luoghi in cui ha girato?
«Ho cercato di esplorare e poi di trasmettere la bellezza dei luoghi con uno sguardo attento, partecipe. Ho avvertito subito una sintonia con questi luoghi. Mi sono sentita bene accolta, a casa».
Quali sono stati i criteri per la formazione del cast?
«Per il casting ci sono voluti quasi tre anni. I ragazzi non si conoscevano tra loro e per me era importante che si considerassero dei veri e propri attori. Hanno recitato sia individualmente che collettivamente e ci sono state delle prove interminabili, durate oltre cinque mesi. Oltre un canovaccio di sceneggiatura si è dato spazio alla loro improvvisazione e una riscrittura. Tutti avevano il diritto di esprimersi al meglio. I ragazzi hanno vissuto un mese in un convento a Torre del Greco in modo da poter esplorare a fondo il territorio che li circondava».
C’è stata una vera corrispondenza tra attore e personaggio interpretato?
«Ho analizzato i punti di forza di ciascuno di loro e mi sembra di aver fatto un buon lavoro. Ho cercato delle ambivalenze. Ad esempio nella vita reale James è molto coinvolto politicamente ed incarna un personaggio consapevole dei suoi diritti. Toni ha fatto dei corsi di danza ed abbiamo messo in risalto il rapporto con il suo corpo. Suzanne è una persona forte, di carattere e questo traspare nel film».
Era prevista dall’inizio la morte di Toni?
«Sì, il punto di partenza del film. É stato difficile arrivarci per un coinvolgimento emotivo di tutti i ragazzi. Nel film c’è un realismo molto forte, intenso. Abbiamo voluto anche coinvolgere lo spettatore in questo evento così tragico. Ma ciò che il personaggio perde il pubblico lo acquista. E qui ci sono diverse chiavi di lettura: l’ingiustizia, la cattiveria del mondo, il dolore, la perdita».