Al Teatro Ariosto di Reggio Emilia è finalmente arrivato “Orlando”, spettacolo diretto da Andrea De Rosa e ispirato sia all’omonimo romanzo di Virginia Woolf che al carteggio di quest’ultima con Vita Sackville-West “Scrivi sempre a mezzanotte”.
Ad accogliere il pubblico in sala un enorme tronco di quercia e l’attrice Anna Della Rosa che sembra far parte degli anelli dell’albero stesso, anelli che parlano di secoli attraversati. A fare da tappeto a quello che sarà poi un profluvio di parole, una distesa di erba sgargiante. Nessuna architettura sociale e non, nessuna porta da aprire o chiudere: solo un libero accesso a continui mutamenti.
Tutto lo spettacolo, tutto il racconto di Orlando è infatti composto da parole che attraversano il tempo. Parole che rompono gli argini, non hanno limiti identitari, attraversano spazi e corpi. Orlando stesso si traveste e poi rivela. Trecentocinquant’anni racchiusi in uno spettacolo-monologo di un’ora: i miracoli che possono essere compiuti da chi ha saputo ereditare e ritrasformare il patrimonio di Virginia Woolf.
Notevole la scelta registica di trasformare tutto in un intreccio tra le lettere della scrittrice all’amica-amata Sackville-West e la fluidità di Orlando. Orlando che ama la Vita, attraversa la Vita e pone tanti quesiti alla Vita stessa (e non solo a mezzanotte). Tra le righe forse si può trovare quella su cui si basa tutto il viaggio: la domanda non è più chi siamo, ma in che cosa ci trasformeremo.
Lo spettacolo e il capolavoro di Woolf sono profondamente intrisi di letteratura greca e latina. Fin dall’antichità seduzione e trasformazione hanno da sempre completato pienamente i vuoti dell’arte.
Orlando entra a far parte dei classici e dell’immaginario collettivo come una nuova Metamorfosi ovidiana. Woolf come Ovidio racconta di amori negati. Rielabora miti che sono spunti di riflessione e partenza per l’esplorazione dell’animo umano. Mutare per uscire e rientrare in nuovi corpi, proiettarsi in maturità sessuali e in consapevolezze di libertà identitarie anche attraverso riluttanti lusinghe d’amore.
Corpo, parola, luce. Anche l’illuminazione della scena ha una sua precisa evoluzione. Il tempo scorre, scorre attraverso la luce che cambia e fogli che cadono facendo più rumore delle campane e degli uccelli. Fogli che pesano come macigni, che invadono la scena e che alla fine ricoprono il corpo dell’attrice. E qui la vera magia: non esiste alcuna distinzione tra le parole di Orlando e quelle di Woolf. I pensieri si fondono e a tratti confondono lo spettatore. Non esiste un’unica interpretazione, non esiste un’unica banale spiegazione. Questa è la magia della Woolf ma anche del teatro stesso. Le pagine che arrivano e che cadono rappresentano tutto questo, insieme alla continua modulazione della voce di De Rosa che diventano corpo e poi Vita. È possibile toccare il tormento di quei fogli, ammirarne la responsabilità di una creazione senza fine fino a salutare contemporaneamente Orlando e la Vita mentre precipitano nell’abisso che ha caratterizzato la vera uscita di scena di Virginia Woolf.
Parafrasando le parole dell’attivista Audre Lorde: mi abbandono qui chiedendomi quale me sopravvivrà a tutte queste liberazioni.