Ilaria Taglialatela Scafati (in arte Janara), psicologa, ricercatrice e cantautrice, incarna un punto d’incontro unico tra sensibilità scientifica e urgenza artistica. Formatasi musicalmente a Napoli al fianco di maestri della scena locale come Gianni Mobilya e Sergio Caruso, ha poi portato la musica popolare meridionale oltre i confini nazionali durante gli anni di dottorato in Scozia. Con il lancio del suo brano “Diana”, edito da Suono Libero music di Nando Misuraca, Ilaria sceglie oggi di dare voce a 360 gradi alla propria anima cantautoriale, rivendicando il valore liberatorio della creazione e della condivisione musicale.
Ilaria Taglialatela Scafati è psicologa, ricercatrice e cantautrice: come convivono queste tre anime in te?
Sono profondamente interconnesse. Nella ricerca metto la creatività della cantautrice, nella musica porto la sensibilità della psicologa. Per questioni di vita finora ho dato più spazio alla ricerca, ma l’anima cantautrice reclamava il suo spazio, “chiedeva vendetta”! Pubblicare le mie canzoni è stato un modo per legittimarmi e accettare ogni sfaccettatura di me stessa.
Chi sono stati i maestri o i riferimenti che ti hanno convinta a credere nella tua voce?
Non sono cresciuta in una famiglia di musicisti e pensavo che per cantare dovessi nascere con un dono innato. Invece l’incontro con musicisti come Gianni Mobilya e Sergio Caruso mi ha fatto capire che la voce si può educare e che i miei brani avevano valore. Inoltre, sono stata influenzata dal grande bacino napoletano: da Roberto De Simone a Peppe Barra, fino ai 24 Grana, Meg e Rosa Balistreri.
I tuoi trasferimenti e l’esperienza nel Regno Unito come hanno influenzato il tuo rapporto con la musica?
Paradossalmente, vivere all’estero mi ha riavvicinata alle mie radici. Come expat scatta un desiderio fortissimo di affermare la propria appartenenza. In Scozia ho visto persone di ogni nazionalità — cinesi, spagnoli, scozzesi — appassionarsi ai nostri corsi di tammurriata e pizzica. Lì ho capito che la nostra musica popolare ha una forza comunicativa universale che supera ogni barriera linguistica.
Come è stato accogliere i primi riscontri dopo la pubblicazione di “Diana”?
Particolarmente emozionante e liberatorio. Essendo una persona molto severa e autocritica verso me stessa, temevo la reazione del pubblico verso un pezzo così intimo. Invece ho trovato un’accoglienza calorosa: l’emozione e la fragilità che ho messo nel brano sono arrivate dritte al cuore delle persone, e questo mi ha dato una carica enorme per il futuro.