Bidonville è il nuovo album di inediti dei 24 Grana per l’etichetta La Canzonetta Record, pubblicato in occasione dei trent’anni di carriera della storica band napoletana che deve il suo nome ad un’antica moneta del regno di Ferdinando I d’Aragona, una moneta povera per sottolineare sia il legame con la tradizione artistica partenopea e sia la vicinanza ad una matrice culturale che dà al denaro il giusto valore.
L’album, in uscita il 16 ottobre, è stato anticipato dal singolo Stadera ed è stato realizzato dopo ben 15 anni dal fortunato La stessa barca.
I 24 Grana sono rimasti fedeli al loro linguaggio musicale che fonde rock alternativo, dub, reggae, elettronica e richiami alla tradizione partenopea mantenendo la propria identità indipendente da mode e generi commerciali del momento, tutte cose che contraddistinguono il gruppo dalla loro formazione.
Quali i temi di Bidonville? L’esplorazione delle periferie urbane ed extraurbane, la fragilità del tessuto sociale che le abita, i mancati interventi di riqualificazione del territorio a dispetto di una politica miope, inefficace ed inefficiente che snocciola promesse come grani di un rosario.
L’album contiene 11 brani: Nino, Stadera, Bidonville, Nisciuno parla cchiù, Je songo comme so, Gaza, Dimme che fai, Buono a se fa piglià e altri tre Stai-mai-ccà, Accireme e Carcere , presenti nel docufilm I Nisidiani, scritto e diretto da Riccardo Brun, presentato alla 83esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.
Francesco Di Bella, Armando Cotugno,Renato Minale e Giuseppe Fontanella hanno presentato il nuovo l’album alla Fonoteca di Via Morghen a Napoli e noi di Mydreams abbiamo avuto il piacere di incontrarli.
Quale è la genesi di questo nuovo album Bidonville?
«É un album pieno di di storie perché noi abbiamo cercato sempre di raccontare cose che si trovano ai margini, quelle più nascoste sia per quanto riguarda lo spazio intorno a noi, sia le cose più recondite del nostro animo.Il principio generativo di Bidonville è l’idea dell’uso che noi facciamo degli spazi urbani ed extraurbani.Questo è un problema molto sentito da parte nostra. Le periferie italiane, non soltanto quelle di Napoli, soffrono la precarietà,la mancanza di spazi sociali e di infrastrutture dedicate alla cura delle persone. Vuoti emotivi generano violenza, sofferenza, disumanizzazione. Napoli in questo momento è una città molto raccontata . Si parla di turismo come se la città fosse una cartolina.Tuttavia c’è una parte della città che è tenuta ai margini e che viene raccontata poco.Siamo partiti proprio da via Stadera per raccontare questo percorso ferita dal terremoto degll’80. Via Stadera è un luogo dove ancora ci si chiede quale possa essere lo sviluppo futuro della città. Troviamo ancora marciapiedi invasi da frigoriferi,divani, letti, materiali di scarto che Manuele Altieri ha messo sulla copertina.Bidonville vuole proprio mostrare quello che non osiamo mostrare agli altri perché siamo ormai abituati a mettere la polvere sotto il tappeto. La periferia è anche un luogo dell’anima ed è metaforicamente un luogo di abbandono, di precarietà. Tutto questo rimanda ad un discorso più generale che riguarda il nostro pianeta vittima di uno sfruttamento delle risorse e dei cambiamenti climatici. Queste dinamiche stanno straziando la Terra e abbiamo anche pensato a quello che sta succedendo a Gaza, a pochi chilometri da noi. Il disco vuole essere un monito ma anche un’apertura alla speranza perché soltanto parlandone possiamo trovare soluzioni. La precarietà è un motivo ricorrente nelle nostre vite e tutto è pervaso da una malinconia che fa da collante. Tuttavia ci sono ampi squarci di speranza. Essa è costituita dal fatto che oggi, quattro persone come noi, si ritrovano, si mettono insieme per cercare qualcosa di bello. É stato emozionante ritrovarci e sapere che molti giovani avevano sentito parlare della nostra band. Ci siamo rivolti a loro ,in particolare, con musiche e testi che fossero più contemporanei.Comprendere che attraverso l’esperienza di un gruppo si poteva creare una trasversalità condivisa è stato bello. Magari questi ragazzi avevano sentito parlare di noi dai fratelli maggiori o addirittura dai genitori. Abbiamo condiviso quel sentimento di unità che pervade l’esperienza dei nostri concerti».
Come siete riusciti a bilanciare uno sguardo antico con il sound attuale?
«Abbiamo cercato di allargare il discorso dalle periferie alla realtà ovvero abbiamo cercato non solo di raccontare la periferia di Napoli ma abbiamo trovato dei collegamenti con tutte le periferie del mondo che vivono la stessa esperienza arrivando anche a Gaza. In periferia le persone si sentono mute e noi con la nostra musica siamo la loro voce.Quante periferie ci sono abbandonata? Tantissime anche a Napoli, fatte di colate di cemento e di indifferenza. Speriamo di essere riusciti a collegare con uno sguardo antico la modernità. Abbiamo suonato a Chicago, a Tokyo, a Parigi e siamo riusciti ad avere questo equilibrio e questa attenzione pur avendo percorsi musicali differenti. Per noi è stato naturale parlarne perché non ci siamo mai sottratti alle sfide e alle esperienze sul campo».
Oggi vanno di moda i biopic. Se si dovesse fare un documentario sui 24 Grana da quale scena vorreste partire?
«Forse da via Pietravalle e quindi dalla periferia. Ci conosciamo da più di quarant’anni. Siamo persone diverse nel carattere, nei gusti musicali ma ci piace lavorare insieme, sentiamo un’esigenza narrativa comune ovvero quella di raccontare il mondo intorno a noi e le emozioni che proviamo. Abbiamo la capacità di provare empatia per i mali del mondo. Spesso le persone che abitano le periferie sono quelle più genuine,vere, umane. Sulla copertina c’è un ciuccio realizzato con un sacchetto di plastica. Napoli veniva rappresentata come la città della spazzatura e questa immagine volevamo che rispecchiasse i temi dell’album. Oggi non ci sono più canzoni che parlano di determinati argomenti sociali. Ed è quindi qui che i 24Grana possono inserirsi con la loro musica e le nostre canzoni sono rivolte principalmente ai giovani che devono impegnarsi per un futuro migliore. La rabbia sociale può trovare sfogo nelle nostre canzoni avvalendoci delle esperienze delle associazioni di base.Dove non arriva la politica arrivano loro.Noi vogliamo continuare ad essere la loro voce e cercare di ricucire, non strappare».
Più vi sentiamo parlare e più comprendiamo la profondità e la complessità degli argomenti che vi hanno spinto a realizzare Bidonville. Ma perché questo silenzio di 15 anni? Cosa avete fatto? C’è stato un calo della creatività o non vi sentivate “all’altezza” per affrontare tali tematiche?
«La vita ti porta a fare tante cose. Noi siamo una band che ha goduto di grandissimo successo negli anni ’90. Poi ciascuno di noi ha trovato altri modi, diciamo, per sopravvivere».
Napoli è una città difficile, poliedrica e complessa. A chi o a cosa attribuite questa mancanza di attenzione da parte della politica?
«Napoli purtroppo non riesce ad avere una classe politica migliore.Da questo punto di vista non ci siamo mai illusi e proprio per questo abbiamo mantenuto vivi i contatti con l’associazionismo. Lo diciamo con tristezza ed amarezza».
Quando farete un concerto per farci sentire dal vivo Bidonville?
«Il 30 dicembre alla Casa della Musica per festeggiare i nostri trent’anni di attività».