Si ascolta questo disco come per sospendere, come per un volo indeterminato e senza scossoni, in equilibrio perenne. Siamo soli ma anche immersi dentro “moltitudini”. Siamo fragilissimi se ci vediamo per davvero e senza maschere, senza macchine, senza intelligenze artificiose. Siamo noi, essere umani in preda al caos di ogni giorno… e un disco come “Fragili Meravigliose Città” di Salvario – disco che troviamo anche in una bella release in vinile – non sfoggia alcun tipo di arroganza e anzi vuol mettere al centro una ingenuità favolistiche che quasi torna alla dimensione di “bambino”. Da occhi pure e “fragili” vede la vita attorno… e la grandezza di una città non è il simbolo di una zona di confort. Il senso di casa, in questo disco, è ben più potente e poetico…
Sanremo… non possiamo non partire da qui: che rapporto hai con un simile evento catalizzatore?
A volte mi coinvolge di più, altre meno; tendenzialmente seguo sempre con attenzione quei quattro o cinque artisti che provengono dal mio stesso mondo, il cosiddetto “indie”, e che stimo dagli esordi: quest’anno, ad esempio, penso a Paradiso, Fulminacci, Levante, Maria Antonietta e Colombre. Pur non essendo necessariamente l’evento musicale migliore dell’anno, resta il più importante, quindi cerco di tenermi aggiornato e ascolto almeno una volta tutti i brani. È un evento che catalizza l’attenzione, ma è soprattutto grazie agli eventi collaterali — spesso anche più interessanti del Festival stesso — che si apre una bella possibilità di dibattito, di incontro e di ascolto per le nuove proposte.
Da cantautore: pensi che la musica debba gareggiare?
Idealmente direi di no, ma sarei ipocrita a negarlo visto che anch’io, nel mio piccolo, ho partecipato e a volte vinto dei contest. La mia idea è che se la gara viene intesa come un contenitore diverso per presentare la propria musica al giudizio del pubblico e degli addetti ai lavori, allora va bene. L’importante è non snaturarsi: negli ultimi anni, ad esempio, ho visto molti artisti salire sul palco di Sanremo portando esattamente ciò che sono sempre stati, penso a Brunori Sas, Colapesce e Dimartino o agli Zen Circus. La competizione è accettabile se vissuta così: poi il risultato dipende da mille fattori, dal brano, dal gusto di chi giudica o dalle tendenze del momento.
Te lo chiedo perché se c’è un sentimento che mi arriva da questo disco è proprio quel concetto di solitudine che affiora dalla competizione delle moltitudini… che ne dici?
C’è una distorsione che secondo me deriva soprattutto dal modo in cui viviamo i social: ogni giorno dedichiamo tempo a guardare contenuti che rappresentano il meglio che ogni persona possa esprimere. La somma di tutto questo ci restituisce l’idea che chiunque stia facendo più di noi e meglio di noi. È solo un’impressione, ma l’effetto su di noi è reale, o almeno a me accade spesso. Per questo preferisco rifugiarmi nella mia solitudine, che in questo senso diventa salvifica: leggere un libro mi mette in relazione con la mia parte profonda, mentre scrollare sui social mi mette in competizione e finisce inevitabilmente per intossicarmi.
Parlando di queste nuove canzoni: nel disco anche due splendide collaborazioni. Come le hai scelte?
Mi affascinava l’idea di duettare con delle voci femminili, da qui la scelta di coinvolgere Irene Buselli, bravissima cantautrice genovese, e Anna Maria Stasi, voce della storica band pugliese CFF e Il Nomade Venerabile. Entrambe mi hanno restituito un’interpretazione sentita e intensa dei miei brani; sono stati dei bellissimi regali trovati lungo il percorso di questo nuovo disco.
Un video è in arrivo? Perché questo disco chiama l’immagine…
Al momento non è in programma. Sono molto concentrato sulla dimensione live e sulla ricerca di occasioni per portare dal vivo queste canzoni, o al massimo sulla produzione di materiale video catturato durante i concerti. Per un video ufficiale, si vedrà più avanti.