C’è un rischio preciso cui si incorre quando si decide di tradurre sulla scena un romanzo tanto denso e intenso come quello di Giuseppe Patroni Griffi: quello di lasciarsi sedurre dalla letteratura fino a restarne prigionieri; oppure, al contrario, di tradirla in nome di una teatralità troppo assertiva. Scende giù per Toledo di Arturo Cirillo sceglie una terza via, sicuramente più impervia, ma più risolta. Cirillo, di fatti, non realizza una trasposizione del romanzo, ma lo attraversa con il corpo e con la voce: Rosalinda Sprint è materia viva e la scena ne interroga l’eccesso, la crudeltà, i sentimentalismi, la vocazione al melodramma e al grottesco.
Rosalinda – femminiello napoletano che sogna l’Amore con la A maiuscola – è una creatura tragica e vitalissima, una figura che vive l’umiliazione come condizione quotidiana e l’illusione come unica possibilità di sopravvivenza. Cirillo, che firma insieme regia e interpretazione, non la edulcora né la monumentalizza: Rosalinda prende corpo in una recitazione insieme viscerale e controllata, capace di scivolare dal grottesco al patetico senza mai chiedere indulgenza allo spettatore.
La scelta di concentrare su un solo interprete parte di quella costellazione di personaggi che abitano il romanzo – Marlene Dietrich, la vecchia baronessa, Rossicago, Maria Callas – non è un vuoto virtuosismo, uno sberleffo di bravura, ma una precisa dichiarazione poetica. Tutto passa da un corpo solo: la voce cambia registro, timbro, postura e ciò che viene a crearsi è un atlante di maschere interiori. Ogni personaggio, infatti, sembra emergere come diretta emanazione di Rosalinda stessa, parti della sua anima e della sua coscienza che hanno reclamato indipendenza. In questo senso, Rosalinda sembra farsi sineddoche di Napoli tutta: di via Toledo, dell’androne del palazzo del sarto, di via Partenope e dell’impervia salita verso casa della Dietrich.
L’amore inseguito ostinatamente, ineducato e irrazionale, trova concretezza in un linguaggio sfrontato e musicale, che non teme l’eccesso ma anzi, lo rivendica. L’erotismo è barocco ostentato, spesso disturbante, ma sempre attraversato da un’ironica ingenuità trasognata, che lo sottrae alla pornografia e lo riconsegna alla letteratura. Gli uomini che attraversano la vita di Rosalinda, il cugino Gennaro, il brutale Gaetano, non sono mai veri approdi, ma più che altro illusorie promesse. Rosalinda si aggrappa a loro per far respirare la sua femminilità, pagando ogni volta un prezzo altissimo.
Lo sguardo di Patroni Griffi, borghese e colto, omosessuale ma non trans, elabora Scede giù per Toledo come un raffinato divertissement letterario, intriso di estetica camp e di gusto per l’eccesso; eppure, proprio da questa posizione non militante, riesce a restituire l’umanità di un mondo marginale senza ridurlo a curiosità esotica né a oggetto di compassione.
Cirillo trasforma quest’aspetto in forza scenica: lo spettacolo non chiede adesioni ideologiche, ma espone una ferita e lascia che sia lo spettatore a riconoscersi.
Le scene di Dario Gessati ricostruiscono il nido e il nucleo di Rosalinda Sprint, quel tutto sparso a vista condizione che accomuna le sue pezze ed il suo cuore. I costumi di Gianluca Falaschi dialogano con questa dimensione eccedente, mentre le musiche originali di Francesco De Melis accompagnano il racconto di quel folleggiare sul baratro che equivale ad un urlare per non morire. Infine, le luci di Mauro Marasà scolpiscono il corpo dell’attore e ne moltiplicano le ombre, restituendo visivamente quella condizione di perenne esposizione e rifiuto che definisce l’esistenza di Rosalinda e delle sue amiche dai nomi altisonanti.
Al Ridotto del Mercadante, fino al 1° febbraio diretto e interpretato da Arturo Cirillo, produzione Marche Teatro.