Maurizio de Giovanni torna nelle librerie con un nuovo romanzo L’orologiaio di Brest (Ed. Feltrinelli, Collana Narratori, pag. 271).
Sgombriamo subito il campo da eventuali equivoci. I lettori assidui del fortunato scrittore napoletano non troveranno in questa nuova opera alcuna continuità con le atmosfere e i personaggi protagonisti dei precedenti romanzi. La pietà e il Fatto di Ricciardi, la disponibilità verso gli altri di Mina Settembre, le ferite aperte di Sara Morozzi, la varia umanità che rende i protagonisti del ciclo I bastardi di Pizzofalcone vivi e veraci tanto da operare una redenzione personale e professionale sono un pallido ricordo. L’orologiaio di Brest apre infatti un nuovo ed incerto capitolo sulla scrittura di Maurizio de Giovanni che stavolta ha realizzato un noir alla Dan Brown affollato di personaggi non tutti ben delineati e curati e dalla trama a tratti prevedibile per fare spazio al colpo di scena conclusivo.
Come ormai abitudine consolidata dei romanzieri , come anche delle fiction televisive, il finale contempla altre possibilità per non precludere a priori un’eventuale serialità dopo aver tastato il gradimento dei lettori. Dopo tanti romanzi di successo e trasposizioni televisive dovevamo aspettarci una produzione meno riconoscibile dell’autore che però può essere foriera di una ri- nascita di un nuovo de Giovanni, sempre se il nostro sarà in grado di coniugare tradizione e innovazione facendo galoppare la fantasia imbrigliata in una prosa ricca di sentimento e di stupore. É anche giusto cambiare e desiderare un rinnovamento nei temi e nello stile dal momento che il ciclo dei romanzi riguardanti il commissario Ricciardi si è concluso e così pure quello che vede protagonista l’assistente sociale Mina Settembre.
La storia vede protagonisti Andrea Malchiodi e Vera Coen. Il primo è un professore universitario quarantatreenne con un matrimonio fallito alle spalle e un’infamante e falsa accusa di ricatto sessuale da parte di una sua allieva. L’altra è una giornalista d’inchiesta spinta dalla necessità di scoprire la verità sulla morte di suo padre Marco. Accanto a loro gravita una serie di personaggi: Flavia, Bruno Terenzi, Maddalena, Bea, Marco, Giulia, Giovanni Contini, Alice Crespi, Marcello e l’orologiaio di Brest il cui nome è Malavasi Carlo. Tuttavia, come ha spiegato lo stesso Maurizio de Giovanni, il vero protagonista del romanzo è il tempo che scandisce le vite di ciascuno di noi. «In questo romanzo c’è l’illusione di fare in modo che il tempo passato entri in sintonia con il presente», ha spiegato più volte l’autore e ha continuato: «Il tempo passato e il tempo presente hanno perso la sincronizzazione perché troppe le zone ignote, le zone d’ombra. Illuminare queste zone e ritrovare quello che è accaduto significherebbe in qualche modo finalmente essere liberi di vivere il presente». Capita spesso infatti che un orologio rimanga fermo per anni come quello alla stazione di Bologna che segna ancora oggi le ore 10.25 di sabato 2 agosto 1980 , il giorno dell’attentato che inceppa il ritmo della Storia. Altre volte i suoi delicati ingranaggi possono essere riparati da mani sapienti ed esperte che sono state capaci di maneggiare pistole ed esplosivi o intagliare deliziosi carillons. Il tempo è fatto di attese, spesso interminabili e snervanti che ciascuno di noi percepisce in modo differente.
Ma chi è davvero l’orologiaio di Brest? E quale il suo tempo storico? La figura dell’orologiaio affascina e seduce in una dimensione spazio-temporale che richiama alla memoria gli anni di piombo e la geografia della cittadina atlantica francese della Bretagna e quella della “Città dei papi”. Maurizio de Giovanni spezzetta il tempo, lo divide a suo piacimento ricorrendo a flashback e a una ridda di personaggi secondari le cui file si riannodano alla fine del romanzo. Alcune pagine possono sollecitare commozione, vedi quelle relative a Flavia, la madre di Andrea che vive in una casa di cura mentre altre risultano purtroppo poco curate e non riconducibili allo stile dell’autore (es. il passaggio dal lei al tu tra Andrea e Vera non sufficientemente spiegato e quel Uè uè, bella! a pag. 164 che poco si confà al linguaggio di un professore universitario).
L’orologiaio di Brest è forse un tantino ambizioso e non trova la sincronizzazione auspicata, come se all’autore fosse mancato il tempo nella fretta di trovare una conclusione plausibile.