La LXXIX edizione del Premio Strega è stata vinta quest’anno da Andrea Bajani con il romanzo L’anniversario, Ed. Narratori Feltrinelli, pag. 127.
Ecco come si è espresso Emanuele Trevi nel candidare l’opera alla giuria del prestigioso riconoscimento: «Si tratta di una storia eccezionale che infrange un tabù, ovvero la fuga irreversibile da una famiglia disfunzionale e tossica. Sebbene sia una storia personale, il romanzo riesce a creare uno specchio in cui i lettori possono riconoscere esperienze dolorose e trovare un percorso di riscatto che va dalla liberazione dalla violenza domestica alla ricerca di una propria identità».
Il romanzo cerca di rispondere ai seguenti interrogativi esposti nelle pagine conclusive del testo: «Si possono abbandonare i propri genitori? O meglio, ci si può sottrarre a loro, semplicemente togliendo il proprio corpo di mezzo con un gesto netto e definitivo? E condannarli a vivere il resto dei giorni, per così dire, con un arto fantasma? Non è una risposta che si possa dare in maniera affermativa. Si può solo fare, e io lo feci, con quella ponderatezza definitiva che solo l’istinto consente, perché la ragione, impaurita, altrimenti arretrerebbe» (pag. 115). E precisa: «Dieci anni fa, quel giorno, ho visto i miei genitori per l’ultima volta. Da allora ho cambiato numero di telefono, casa, continente, ho tirato su un muro inespugnabile, ho messo un oceano di mezzo. Sono stati i dieci anni migliori della mia vita» (pag. 13).
La violenza sottile pervade al pari di un gas mefitico le pareti domestiche di una famiglia composta da due genitori e due figli, maschio e femmina di cui non sapremo mai i nomi di battesimo. A causa del licenziamento del padre, commesso in un negozio di scarpe sulla Nomentana per aver preso a pugni un cliente, si sono trasferiti al Nord, in un paesino nei pressi di Torino, staccandosi rispettivamente dalle proprie famiglie d’origine. Tale situazione danneggia in modo particolare la madre che diventa col passare del tempo quasi invisibile agli occhi del marito sebbene abbia rinunciato a tutto pur di avere qualche sua sporadica e spenta attenzione. Il marito non le consente di avere amiche e si vanta addirittura di provocare malattie a persone che lui ritiene malvagie e vicine a sua moglie. Egli non consente neppure alla coniuge di avere un lavoro. Quando la madre riesce ad ottenere un posto da commessa in un supermercato della zona, fa di tutto per sminuirla perché prevale in lui la convinzione che i vicini penserebbero che non sia in grado di mantenere la famiglia ma soprattutto che lui non la tenesse sottomessa. Il padre dunque tiene moglie e figli dentro un regime totalitario basato sul possesso, sui ricatti, su improbabili e fittizie richieste di amore. In questo microcosmo familiare anche lo squillo di un telefono viene percepito come una minaccia, un atto rivoluzionario verso l’ordine costituito. La madre col tempo si rende complice delle azioni scellerate del marito non difendendo i propri figli anzi giustificando questa violenza perché per «un attimo sentiva qualcosa, poteva piangere e bucare l’anestesia in cui si era confinata” (pag. 82). Mentre la violenza del padre nasceva dal bisogno di spaventare per sentirsi amato la complicità della madre nasceva dal non avere paura di lui in modo da garantirsi una zona franca di infelicità imperturbabile». (pag. 83)
Il romanzo racconta di episodi anche di violenza fisica che il lettore percepisce e respira quasi fosse presente alla scena il lettore consapevole che il problema della violenza domestica c’è ed andrebbe affrontato una volta per tutte. Non si può vivere temendo da un momento all’altro le ire di un padre o di un marito. Scritti di altri autori hanno affrontato tale tema. Ricordiamo Gavino Ledda e il suo romanzo Padre padrone del 1975 a cui fece seguito il film omonimo dei fratelli Taviani con uno straordinario Omero Antonutti e Simonetta Agnello Hornby con il libro inchiesta Il male che si deve raccontare per cancellare la violenza domestica Feltrinelli 2013. Ma L’anniversario pone al centro della narrazione la certezza che per mettersi in salvo bisogna allontanarsi, scappare, fuggire. La voce del protagonista come ha osservato lo scrittore Emmanuel Carrère è “scandalosamente calma” quasi a sottolineare aggiungiamo noi la banalità del male che si manifesta in forme ordinarie e quotidiane, compiute da persone comuni.
L’anniversario si chiude con un’immagine che forse tradisce i veri sentimenti dell’autore: «Ogni tanto sul suo viso [N.d.r. il figlio del protagonista] vedo il viso di mia madre, è quello il posto in cui la incontro da due anni a questa parte. Di solito è un istante poi sparisce. E non fa bene, e non fa male» (pag. 127).