Sarà nelle sale dal 20 novembre prossimo il film Nino 18 giorni, che vede protagonista Nino D’Angelo attraverso lo sguardo del figlio Toni che ne ha curato la regia. Presentato fuori concorso all’82esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia offre la possibilità al pubblico di conoscere appieno il grande cantautore napoletano.
Che non si tratti di un semplice documentario sulla carriera di Nino D’Angelo è chiaro fin dal titolo che fa riferimento ad una faccenda privata ovvero al numero di giorni trascorsi da Nino lontano da casa, impegnato in una serie di concerti a Palermo. Travolto dall’entusiasmo del pubblico è costretto a programmare più repliche scoprendo che sua moglie Annamaria ha dato alla luce il loro figlio primogenito Toni. Era il 1979. Il film è pertanto una sorta di recupero di quei 18 giorni di distacco e un intenso omaggio di un figlio al proprio padre che con tanta fatica è riuscito ad affermarsi nel mondo della musica dando il meglio di sé. Padre e figlio raccontano insieme la loro storia che parte dal quartiere di San Pietro a Patierno nella dignitosa povertà di una famiglia di calzolai a cominciare da suo padre Antonio detto Baffotto al trasferimento a Casoria con le prime esibizioni nell’oratorio parrocchiale e poi la ricerca disperata a Napoli di un aggancio per entrare nel mondo della musica. Ed è proprio a Napoli, precisamente nella Galleria Umberto, l’incontro con Vincenzo Gallo, futuro suocero,padre di sua moglie Annamaria. Finalmente il successo e poi la depressione dovuta alla morte di sua madre Emilia e il trasferimento a Roma a cui segue una seconda fase della sua carriera lodata anche dai critici più severi ed esigenti.
Il film, vero e a tratti commovente, fa uso di un ricco materiale d’archivio pubblico e privato che delinea il ritratto di un uomo e di un artista umile e profondamente legato alle sue origini e alla sua famiglia. Nino D’Angelo sa di essere diventato col tempo uno dei simboli di Napoli e di dare voce a tutti coloro che non vincono mai.
Noi di Mydreams abbiamo seguito stamane, presso Casacinema Napoli, la conferenza stampa di presentazione, incontrando Nino e Toni D’Angelo nonché uno dei produttori del film Luciano Stella.
Tony D’Angelo, prima di realizzare Nino 18, ha iniziato la sua carriera cinematografica come assistente alla regia di Abel Ferrara. Ha al suo attivo ben 6 film di cui Una notte che si è guadagnato una candidatura al David di Donatello 2009 nella sezione regista esordiente e diversi documentari. Come ti è venuta l’idea di realizzare un film su tuo padre?
«É un progetto nato un po’ per caso. Essendo io il figlio di Nino D’Angelo ero contattato da tanti registi che volevano realizzare un film su mio padre,registi famosi o emergenti. Solo che, purtroppo, non nasceva quell’empatia necessaria al film. Forse i registi non avevano un approccio rispettoso verso la vita di mio padre che si è guadagnato con tanta fatica il successo quasi senza rendersene conto. La cosa più bella di questa storia è il fatto che lui ha conosciuto suo figlio, cioè io, ben 18 giorni dopo la nascita. Io trovo questa cosa molto romantica perché lui non stava a Palermo per divertirsi ma perché aveva bisogno di guadagnare. Poi mio padre ha insistito che fossi io il regista. Io in un primo momento non ero troppo convinto perché fare un film su mio padre e tesserne gli elogi mi sembrava poco interessante e la cosa non mi stimolava. Poi ho trovato una chiave personale. Ho visto molti filmati nostri, anche materiale che io non conoscevo, inedito per me e quindi questa cosa mi incuriosiva. E da lì è nato tutto. É stato come un lungo viaggio e la voce narrante non è quella di un attore ma la mia. Ero io che sentivo il bisogno di esprimermi, di dare voce al racconto della vita di mio padre».
A Luciano Stella, uno dei produttori del film, chiediamo: come si produce un progetto come questo?
«In questo caso devo dire che la famiglia D’Angelo ci ha coinvolto e noi abbiamo subito accettato. Non sapevamo nulla del film, non abbiamo letto nessun copione, ci siamo fidati non solo perché il film vedeva protagonista Nino D’Angelo ma anche perché Toni ha fatto un grande lavoro tanto che il film è approdato a Venezia. Per noi è stato un onore averlo prodotto».
Con questo docufilm conosciamo più Gaetano o Nino?
«Penso che Nino sia conosciuto da tutti, ormai, dopo tanti anni di carriera. Penso che sia un privilegio enorme essere raccontati da un figlio. Lui ha fatto già tante cose ma questa per me è stata sorprendente. Mi sono molto emozionato e a Venezia abbiamo avuto un grande successo. Ho pensato davvero che uno del popolo ce l’aveva fatta. Lì non c’erano i miei amici perché non stavo a Napoli e c’erano giornalisti da tutto il mondo. Al termine delle premiazioni, a sorpresa ,mi hanno fatto cantare anche la canzone sulla guerra per Gaza. Nino col caschetto io lo porto sempre dentro di me. É una parte importante della mia vita e forse devo tutto a lui. Io volevo arrivare ai giovani, a quelli che avevano la mia età pur partendo dalla sceneggiata napoletana. E in che modo? Con l’amore, naturalmente. Poi ho fatto tante cose e decisi anche di cambiare, di togliere quel caschetto tanto che Marisa Laurito in una Domenica In non mi riconobbe. E poi la depressione che mi ha fatto molto male ma artisticamente molto bene. Io leggevo anche le critiche negative,altrimenti i critici che ci stanno a fare? Poi mi sono innamorato di Peter Gabriel e ho cercato di mettere quei suoni nuovi nelle canzoni. E poi scrivere i testi ed è bellissimo che oggi qualcuno li stia riscoprendo.La colonna sonora di Nino 18 sono tutte canzoni nuove, abbastanza recenti. Molte mie canzoni ora le conoscono tutti, anche a Milano cantano ‘O pate e io mi sento orgoglioso perché non ho mai mollato. Io sono andato a Sanremo da napoletano, rappresentavo la mia città. Volevano che io mettessi i sottotitoli alle mie canzoni in napoletano. Io dissi ad un giornalista: anche se non sai l’inglese Yesterday dei Beatles è una bellissima canzone o no? L’importante è quello che ti arriva o no? Oggi Napoli si sta prendendo i suoi spazi, perché Napoli è davvero una capitale ed è questa città che fa molto per te».
Quale contributo ha dato la canzone napoletana alla canzone italiana?
«Dobbiamo stabilire una cosa: la vera canzone italiana nel mondo è quella napoletana.
Quanto credi che i ragazzi siano consapevoli della grande tradizione napoletana e conoscano Mario Merola e Nino D’Angelo?
«Penso di sì perché hanno ascoltato e amato Nino con il caschetto con il suo ritorno al napoletano. In molti testi di canzoni mie, poco note, ho dato spunti ai rapper di oggi. Io toglierei dal vocabolario due sole parole: pregiudizio e riscatto. Il pregiudizio lo hanno coloro che non ascoltano la mia musica, le mie canzoni. Il mio album Il ragù con la guerra lo hanno scoperto adesso, ora che c’è la guerra. Poi non sopporto il termine riscatto. Ma che altro devo dimostrare? Io mi devo sempre riscattare. Ho una bella famiglia, una bella carriera, il mio pubblico, ma che cosa devo riscattare? Guardiamo il film!».
Alla fine delle domande Toni D’Angelo dice: «Nino ha avuto sempre bisogno dell’amore della gente ma poi io ho scoperto che è la gente che ha bisogno del suo amore». Questa frase condensa il vero messaggio del film. Durante la sua crescita di uomo e di artista Nino D’Angelo ha sempre avuto un pubblico che lo ha seguito ed amato e che lo aspetta alla fine di ogni concerto per continuare ad applaudirlo.