Si intitola “A piedi nudi” il nuovo disco dei NIgra, un trio che approda alla DCAVE di Daniele Grasso a Catania per raffinare il lavoro di produzione di un rock che, questa volta, sceglie attentamente suoni e sapori del sud per fare denuncia romantica, fotografie socialmente utili e spensierate ballate rock all’italiana maniera. Eppure, nonostante i soliti meccanismi della forma canzone, sento forte un respiro internazionale, quasi world per alcuni aspetti. Sarà l’immaginario dei piedi nudi, del contatto con la terra, visione priva di politica e bandiera, di geografia e colore di pelle. Sono centri nevralgici di un disco che sceglie vie tutt’altro che di leggerezza – nonostante la facciata iniziale.
“A piedi nudi” è un titolo che evoca vulnerabilità ma anche contatto diretto con la terra. Cosa significa per voi oggi camminare “a piedi nudi” nella musica e nella società?
Camminare “a piedi nudi” significa restare nudi di fronte alla realtà, senza filtri né difese. È un gesto di coraggio, perché quando cammini scalzo senti ogni pietra, ma anche ogni filo d’erba. Nella musica e nella vita cerchiamo proprio questo: sentire tutto, anche il dolore, anche l’imperfezione. È un modo per restare veri, per non distaccarci mai dal suolo da cui veniamo. In un mondo che corre e si traveste, camminare “a piedi nudi” è la nostra forma di resistenza — un ritorno all’essenza e al contatto umano.
Pensate che il Sud, con la sua luce e le sue contraddizioni, possa ancora essere una lente privilegiata per osservare il mondo globale?
Sì, e non solo il nostro Sud. Penso ai Sud del mondo — al Sudamerica, all’Africa, a tutti i luoghi dove la vita brucia forte e contraddittoria. I Sud hanno una cosa in comune: conoscono la mancanza, ma anche la ricchezza dell’anima. Da questi luoghi nascono sempre forme d’arte profonde, vere, spesso nate dal dolore ma piene di speranza. Il Sud non è solo una geografia: è un punto di vista, una sensibilità. Guardare il mondo da qui significa vederne le ferite ma anche la bellezza nascosta. Il nostro Mediterraneo ha tanto in comune con il Sudamerica — la musicalità del linguaggio, la malinconia, la forza collettiva, la danza anche nella sofferenza. Forse è per questo che certe sonorità e certe emozioni si parlano, anche se gli oceani ci separano.
Molti brani del disco raccontano un mondo disilluso ma non privo di speranza. Dove trovate la forza politica del vostro fare musica?
La forza politica sta nel raccontare la realtà senza paura. Non c’è bisogno di fare comizi: basta dire la verità, con poesia ma senza ipocrisie. La nostra musica nasce da un bisogno di giustizia, da una voglia di non rassegnarci. È un atto politico perché parla di persone, di dignità, di sud che non si arrendono. In questo siamo molto vicini al Sudamerica, dove la musica è sempre stata anche resistenza: penso al canto popolare, alle voci che si sono alzate contro le dittature, ma anche alle feste che diventano liberazione collettiva. Anche qui, nel nostro piccolo Sud, cerchiamo quella stessa forza: trasformare la ferita in canto.
Tante le radici che si mescolano: come a dire che siamo tutti figli della stessa terra?
Esatto. Le radici non sono muri, ma ponti. Il mare che ci separa dal Sudamerica è lo stesso che ci unisce. Le sonorità, i ritmi, le storie: tutto parla di un’umanità condivisa. Il nostro disco vuole proprio raccontare questa appartenenza più ampia — quella di chi, ovunque si trovi, sente di appartenere a un Sud del mondo fatto di empatia, di passione, di resistenza. Siamo tutti figli della stessa terra, solo con accenti diversi. E la musica è la lingua comune che ci permette di riconoscerci.
E in generale, il vostro rock, il vostro folk, il vostro modo di fare canzone d’autore, cerca di appartenere ad etichette particolari o volete restare liberi e “indefinibili”?
Non vogliamo etichette. Il nostro suono nasce dal bisogno, non dal calcolo. C’è il rock, perché ci dà energia e rabbia. C’è il folk, perché ci riporta alle radici. E c’è la canzone d’autore, perché la parola per noi è sacra. Ma non ci interessa la purezza dei generi — ci interessa la verità. In questo siamo molto “sudamericani”: anche lì i generi si contaminano naturalmente, il rock incontra il tango, la cumbia incontra l’elettronica. Noi vogliamo quella libertà: una musica che si muove, che respira, che non chiede permesso.
Quanta politica c’è in questo disco?
Tanta, ma non quella dei partiti. È la politica della vita, quella delle persone comuni. Raccontiamo il Sud che lotta, il Sud che sogna, il Sud che non si piega. È la politica della dignità, della speranza che resiste anche quando sembra finita. In questo senso ci sentiamo vicini a tutte le musiche dei Sud del mondo, perché lì la politica non è ideologia, è sopravvivenza, è poesia, è comunità. “A piedi nudi” parla proprio di questo: di un modo di stare al mondo più umano, più vero, più libero.