Svetta il nome di Leo Gullotta su questo disco… un nome che quasi eclissa ogni altra cosa anche se la sua è una “piccola” recitazione a corredo delle liriche del singolo “Via Maqueda”… merito e cappello levato alla capacità “gentile” e raffinata di Milomaria che tesse con cura artigianale un disco che sfoggia anche strumenti digitali per il suo arredo sonoro ed estetico. Si intitola “La breve distanza”, disco di semplicità e di canoni che sono standard per la canzone pop italiana di oggi. Forse l’occhio è rivolto un poco alle scuole classiche mutuate all’oggi di strumenti e tecniche a volte esoteriche… ma pur sempre un ascolto pulito, onesto e per niente trasgressivo.
Partiamo da Leo Gullotta: come si raggiunge una simile icona?
Leo per me è stato prima di tutto un sogno. Uno di quelli che non pensi davvero possano realizzarsi. Ci sono arrivato grazie a Primiano Di Biase e all’attrice Chiara Cavalieri, che mi hanno dato il contatto, ma la verità è che è stato lui a credere nel brano. Lo ha ascoltato, se ne è innamorato e ha deciso di esserci. Io posso solo dire grazie: ha portato dentro il disco la sua maestria e una grande umanità. È un regalo che mi porterò dietro per sempre. Peccato che Carlo Conti non sia stato dello stesso avviso e non ci abbia portato sul palco di Sanremo.
E cosa ha portato al tuo disco? Cosa cercavi e cosa inseguivi?
Ha portato consapevolezza. È come se quella voce mettesse ordine nel caos emotivo del disco. Io cercavo verità, lui le ha dato un peso diverso, più autorevole. Nel lavoro al disco non inseguivo lui nello specifico: inseguivo quella sensazione lì… e alla fine aveva proprio la sua voce. La stessa che invece inseguivo per “Via Maqueda”.
Anche la collaborazione di Primiano Di Biase… perché proprio lui?
Perché è uno di quei musicisti che non hanno bisogno di dimostrare niente. Ci siamo conosciuti al Premio De André e da lì è nata una stima reciproca. Ha una sensibilità musicale rara e una solidità che ti fa sentire al sicuro. Quando lavori con persone così, le cose succedono senza forzarle.
Un disco come “La breve distanza” che tipo di riflessioni ti ha regalato? E che tipo di risposte?
Mi ha fatto capire che non sempre devi trovare risposte. A volte basta mettere a fuoco le domande giuste. Ho capito che molte cose che inseguivo erano già lì, a portata di mano, solo che non avevo il coraggio di guardarle davvero. È un disco che più che chiudere, apre.
Si gioca anche col futuro? Ma temo sempre con riferimenti passati o sbaglio? E mi riferisco agli arrangiamenti e all’elettronica che hai usato…
Sì, si gioca col futuro, ma senza rinnegare da dove vengo. Per me non è mai una questione di epoche, ma di necessità. Le canzoni nascono nude, poi chiedono un vestito: a volte è più elettronico, a volte più acustico. Non c’è un’idea di modernità da inseguire, ma un equilibrio da trovare. Il passato e il futuro, alla fine, stanno nella stessa stanza.