Il Teatro San Ferdinando di Napoli apre la stagione 2025/26 con un classico della comicità partenopea, Il Medico dei Pazzi di Eduardo Scarpetta, nell’adattamento e regia di Leo Muscato, con Gianfelice Imparato e Ingrid Sansone, e con Luigi Bignone, Giuseppe Brunetti, Francesco Maria Cordella, Alessandra D’Ambrosio, Antonio Fiorillo, Giorgio Pinto, Arianna Primavera, Giuseppe Rispoli, Michele Schiano Di Cola; una produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, I Due della Città del Sole, Compagnia Mauri Sturno (repliche fino a dom. 16 novembre).
In occasione del centenario della morte del grande drammaturgo partenopeo, avvenuta il 29 novembre 1925, il Teatro di Napoli mette in scena uno dei suoi lavori più amati dal pubblico (grazie anche alla celeberrima riduzione cinematografica del ’54 di Mario Mattoli con Totò), il Medico dei Pazzi. Scritta nel 1908, racconta la disavventura di Don Felice Sciosciammocca, ricco proprietario terriero – un po’ ignorante, molto ingenuo e irrimediabilmente provinciale – che da anni finanzia gli studi a Napoli di suo nipote Ciccillo. È convinto che il ragazzo si sia laureato in medicina e diriga un prestigioso manicomio. Peccato che Ciccillo, invece di studiare, abbia sperperato tutto in divertimenti e gioco d’azzardo. Quando Don Felice si presenta a Napoli con la moglie, il nipote, preso alla sprovvista, inventa una menzogna colossale: la Pensione Stella, dove vive, non è una semplice pensione, ma un rispettabile istituto psichiatrico. Don Felice, vedendo gli eccentrici ospiti della casa, si convince che siano pazienti. Da lì in avanti, la commedia precipita in un vortice di equivoci e situazioni paradossali. «Per Don Felice – spiega Leo Muscato – la Pensione Stella diventa un circo degli orrori, e il suo smarrimento cresce di scena in scena, fino a vacillare lui stesso sul confine tra ragione e follia. Tutti i personaggi che incontra, eccentrici ma reali, Felice li scambia per pazzi, vivendo la giornata più lunga della sua vita. Quando scopre la verità, Felice resta senza terra sotto i piedi. E mentre il pubblico ride, lui si stringe nella sua giacchetta da provinciale fuori posto, con il cuore gonfio di delusione. Forse è davvero lui il più matto di tutti: l’ultimo a credere che l’onestà possa ancora regalare un lieto fine».
Leo Muscato trasporta l’azione dagli inizi del Novecento alla fine degli anni Settanta, quando l’entrata in vigore della Legge Basaglia che chiudeva i manicomi a favore di strutture psichiatriche più etiche e umane creò un acceso dibattito tra medici e in seno all’opinione pubblica. Questo avvicinamento temporale del plot rende la commedia meno macchiettistica e più aderente – pur entro i suoi limiti – alla realtà, rivelando il lato umano dei personaggi, còlti nelle loro fragilità e debolezze. Ne consegue una virata dalla farsa alla commedia (“come l’avrebbe riscritta il figlio Eduardo”, azzarda Muscato), che nulla toglie alla comicità della pièce, ma la sfronda di qualche effetto di troppo (si veda il finale in battere, così diverso da quelli cui questo tipo di teatro ci ha abituati). Ne beneficia il lavoro degli straordinari interpreti che, pur caratterizzando con comica precisione i propri personaggi, ne mettono in rilievo anche il lato più umano. Tra tutti, segnaliamo la dirompente energia di Ingrid Sansone e il talento comico e la maschera poetica di Gianfelice Imparato. L’ottimo adattamento si avvale anche di una ricostruzione filologica degli anni in questione, grazie alle scene di Federica Parolini e ai costumi di Silvia Aymonino. Da vedere.