Il Teatro Nazionale Mercadante di Napoli inaugura la stagione 2025/26 con lo spettacolo La Distance, testo (in francese sovratitolato in italiano) e regia di Tiago Rodrigues, con Adama Diop e Alison Dechamps; una produzione del Festival d’Avignon con la partecipazione – tra gli altri – anche del Teatro Nazionale di Napoli (repliche fino al 24 ottobre).
Si tratta di un dialogo drammatico in versione fantascientifica tra un padre e una figlia che si svolge in un futuro non molto lontano: il 2077. Mentre l’umanità lotta per sopravvivere, afflitta dalla precarietà economica e dalle conseguenze del cambiamento climatico, una parte della popolazione vive in esilio volontario su Marte. Dalla Terra, un padre si sforza di mantenere un rapporto con sua figlia andata a vivere sul Pianeta Rosso, distanti l’uno dall’altra circa 225 milioni di chilometri (un anno e mezzo di viaggio spaziale). Attraverso questo scenario distopico ma non improbabile, Tiago Rodrigues esplora le conseguenze delle nostre scelte tanto quanto la possibilità di comunicazione tra le generazioni. «È uno spettacolo fantascientifico – spiega Rodrigues – perché non possiamo immaginare un’ambientazione futuristica senza tener presente il progresso tecnologico e scientifico e il suo impatto sulle nostre vite. È un racconto sia distopico che realistico. Volevo immaginare l’umanità divisa in due specie, viventi su due pianeti diversi: cosa accadde all’amore tra un padre e una figlia quando vi si frappone una simile distanza? C’è una sorta di metafora qui: la storia è raccontata da un punto di vista macroscopico (la distanza, appunto), e da uno microscopico: la relazione. Senza dimenticare che oggi il potere giace fra le mani di un’oligarchia digitale.»
Il quarantottenne regista Tiago Rodrigues, drammaturgo e attore portoghese, dal 2021 direttore artistico del Festival di Avignone – dove lo spettacolo ha debuttato con successo lo scorso luglio – scrive questa pièce ritagliandola addosso ai suoi due straordinari interpreti, Adama Diop e Alison Dechemps, durante il periodo di prove. Questo modo di lavorare permette di rendere la materia testuale particolarmente aderente alle caratteristiche psico-fisiche dei protagonisti che si trovano a loro agio e trovano una loro verità pur in una messa in scena non comoda per gli attori. Le belle scene, essenziali e funzionali, di Fernando Ribeiro delimitano, infatti, uno spazio al contempo infinito e claustrofobico. Su una pedana tonda rotante divisa in due, sono contrassegnati gli spazi della Terra e di Marte, del Padre e della Figlia, che s’inviano messaggi senza potersi mai vedere dal vero. La rotazione (a volte, a velocità vertiginosa) dà anche il senso dell’evoluzione dei pianeti nello spazio. La forza centrifuga della rotazione è quella che determinerà la separazione definitiva tra due persone che si amano ma non si capiscono (sono qui delineati tutti i tipi di gap possibili: generazionale, culturale, emotivo…). A un padre saldamente ancorato sulla Terra, si contrappone una figlia idealista, con lo sguardo rivolto al futuro delle prossime generazioni, uno sguardo così alto che – in nome di una utopistica colonia umana su Marte, per ridurre lo sfruttamento del nostro pianeta – le impedisce di vedere l’infelicità di un genitore che sta condannando alla solitudine e all’oblio. Allo stesso modo, i temi della distanza, della solitudine, del sacrificio, della memoria, vengono scandagliati in tutte le loro più impensabili declinazioni, rendendo lo spettacolo una miniera di spunti di riflessione, capace di toccare le corde più profonde di un pubblico commosso, e decretandone il meritato successo. Da vedere.