Dopo due anni, i Familie Flöz tornano al Teatro Bellini fino al 19 ottobre per festeggiare il loro 30° compleanno, portando in scena lo spettacolo Finale (un’overture). La compagnia è conosciuta per la particolarità di indossare delle maschere e la parola è assente. La narrazione è quindi affidata alla gestualità e ai movimenti, riuscendo a trasmettere emozioni e a raccontare storie, arrivando al cuore dello spettatore facendo a meno della parola. La bravura degli attori porta quasi a pensare che le maschere cambino espressione in base alle emozioni che il personaggio prova. Familie Flöz entra spesso in contatto con il pubblico, come in Dr. Nest, portato al Bellini nel 2019, in cui gli attori, vestiti da pazienti psichiatrici per richiamare il tema dello spettacolo, vagavano per la sala chiedendo al pubblico stupito di convalidare il loro biglietto. Nel caso di Finale, lo spettatore entra in sala e trova un palco aperto, su cui si può salire e parlare con gli stessi attori della compagnia, potendo rivolgere loro domande sul loro lavoro. Noi, incuriositi siamo saliti, scoprendo che gli attori, quando indossano le maschere fatte di cartapesta, hanno uno spazio visivo molto limitato, affidando ancora di più importanza a quella che potremmo definire una poesia del gesto. Gli spettatori indossano le maschere, vengono posti in cornici luminose, vengono fotografati, diventano protagonisti prima dell’inizio dello spettacolo. O forse, come suggeriscono gli attori stessi, è già iniziato? Uno degli elementi principali di Finale è proprio il pubblico, il cui battito cardiaco, secondo alcuni studi, si sincronizza a teatro, rendendolo il vero cuore di esso. Lo spettacolo inizia non solo nel pubblico, ma con il pubblico.
Tre sono le storie raccontate in Finale, storie che ci vengono raccontate come se sfogliassimo un album fotografico, le cui foto appaiono sulla scenografia, caratterizzata da forme rettangolari e quadrate. Queste sono scattate da una viaggiatrice, una narratrice che entra nelle storie e interagisce con i protagonisti stessi, diventando il filo conduttore dei racconti. Il tema è quello del viaggio: la narratrice viaggia tra le storie e i ricordi immortalandoli. Non a caso, il protagonista della prima storia, si trova spaesato in un aeroporto, con in mano il suo borsone, per intraprendere un
viaggio che darà inizio alla sua nuova vita come proprietario di un mini market. Farà la conoscenza di vari personaggi, come il proprietario del negozio, una vecchia clochard che aveva fatto della bottega la sua casa, di strani e bizzarri personaggi da discoteca, che gli invadono il locale ballando musica techno. Tra questi però vi è una donna, di cui si innamora perdutamente e corteggia con una danza frenetica. La danza e la musica sono un altro tema caratterizzante, che come i battiti di un cuore, danno ritmo alle scene e sostituiscono quello che la parola non può trasmettere in quanto assente. La musica e i suoni di scena sono suonati dai membri della compagnia, rendendo il tutto ancora più coinvolgente. La tragedia avviene quando il minimarket è avvolto dalle fiamme e il protagonista, disperato dopo aver perso tutto, tende la mano alla donna cercando conforto e amore, ma ella fugge via.
Nella seconda storia ci troviamo nella sala d’attesa di un ospedale e ad attendere sono una diva ormai al tramonto della sua vita e suo figlio, succube della madre. La narrazione ci porta nel passato ad un suo concerto, dove ella è giovane e acclamata dal pubblico, ma mostra anche la sofferenza del figlio, che ad ogni concerto è abbandonato dalla madre che gli concede a malapena un abbraccio. Il senso di abbandono è reso anche dalla frenesia degli ospedali e dalla noncuranza dell’infermiera e del dottore, che aggiunge una nota comica alla storia, continuando scambiare il figlio per il paziente e che arriva a visitare perfino il manichino su cui è poggiata la veste rossa piumata della diva, o a sparire premendo un bottone di un ascensore immaginario. L’uomo si trova quindi solo con il suo dolore nella stanza d’ospedale e si consola stringendo la manica della veste come se le
stringesse la mano per l’ultima volta, o forse come la prima. L’uomo è finalmente libero dalle angherie della madre e si spoglia, liberandosi dall’imbottitura ed esce dal personaggio che era stato costretto ad interpretare per tutti quegli anni, liberandosi di un peso sia concettualmente sia fisicamente.
Nella terza storia la protagonista è una giovane esploratrice che si trova ad esplorare la natura selvaggia e incontra durante il suo viaggio un bue, con cui ha una sorta di comunicazione sia fisica ma soprattutto spirituale, ritrovandosi in essa. Un cacciatore però spara alla bestia e la ragazza prende le sue sembianze, diventa tutt’uno con la bestia indossando la sua testa e ne la vendica la morte, si lascia andare all’istinto primordiale di sopravvivenza. I Familie Flöz riescono ancora una volta a catturare l’attenzione dello spettatore con storie emozionanti e commoventi, in cui ognuno di noi può facilmente immedesimarsi. Le trovate comiche, le gestualità e i movimenti studiati, le musiche coinvolgenti e le buffe maschere rendono lo spettacolo, come tutti quelli della compagnia, veramente unico ed emozionante.