Il nuovo singolo del chitarrista, produttore e compositore Simone Sello, dal titolo Grey Horse’s Standpoint, è un brano evocativo, una suggestiva e affascinante colonna sonora che richiama alla mente le tipiche immagini di un film Western classico, e trasporta l’ascoltatore in una dimensione unica, surreale ed onirica.
Il tuo nuovo singolo Grey Horse’s Standpoint è una trascinante colonna sonora. La melodia richiama immagini tipiche di un film Western e si sviluppa attraverso tre elementi sonori: il fischio, la chitarra slide e il canto lirico. Da quali pensieri, storie o esperienze artistiche hai tratto ispirazione per comporre?
«È nato da una visione: un cavallo grigio nel deserto, che osserva un orizzonte infinito al tramonto. Mi affascinava l’idea del silenzio che precede il movimento, di una calma apparente che in realtà nasconde forza e consapevolezza. A livello musicale ho voluto unire tre linguaggi molto diversi — il fischio, la chitarra slide e il canto lirico — per evocare quella sensazione di sospensione tra sogno e realtà. Ogni elemento rappresenta una parte del racconto: il fischio è l’emozione, la slide è la materia, il canto lirico è l’anima, la crescita epica».
Il brano originale ha subito diversi cambiamenti. Il Theremin è stato sostituito dal fischio. Ti affascina apportare modifiche alle tue composizioni musicali?
«Assolutamente sì, forse anche troppo!… Mi piace lasciare che i brani vivano, che cambino forma durante la loro creazione. Il Theremin aveva un bel fascino ipnotico, ma mi sembrava troppo distante. Il fischio di Alessandro Alessandroni Jr. ha reso il sound più vicino, più umano. Quando un suono nuovo entra in una composizione, può cambiare completamente l’atmosfera — e a me interessa proprio quel momento, in cui la musica inizia a respirare da sola».
Sei un chitarrista eccezionale. In quale periodo della tua carriera ti sei lasciato ammaliare dalla chitarra slide?
«Grazie innanzitutto! Con la slide, come anche con altri strumenti “alternativi”, è stato un incontro progressivo. Ho sempre amato i suoni che “scivolano”, che non sono mai completamente fermi. La chitarra slide mi ha affascinato per la sua voce umana, malinconica, capace di unire blues, psichedelia e suggestioni cinematografiche. Di conseguenza, per lo stesso motivo ho iniziato ad esplorare anche la chitarra senza tasti, e lo shamisen (strumento a corde tradizionale giapponese, pure fretless). Negli ultimi anni sono diventati una parte importante del mio linguaggio, soprattutto in fase di registrazione: con questi strumenti riesco a dare espressività senza parole, come se le corde potessero raccontare storie usando meno note».
Il nuovo album si intitola Paparazzi, Izakayas and Cowboys. È il frutto di un’intensa ricerca e sperimentazione musicale. Puoi svelarci la genesi di qualche brano?
«Ogni brano nasce da un incontro tra mondi diversi, con il goal di rendere il risultato finale omogeneo e fruibile: in questo caso non è ricerca fine alla sperimentazione, bensì ad un progetto musicale godibile come un viaggio vero e proprio. I protagonisti dell’album sono di solito lo Spaghetti Western ed il rock/blues filtrati da certa elettronica, ma con diverse variazioni. In “The Cat and the Fox”, ad esempio, convivono l’estetica giapponese e il groove californiano. In “Cocktail in Kanda” e “Olde Towne Slowe Dance”, accanto alle contaminazioni asiatiche ho inserito elementi nostalgici usando certe armonie e suoni retro presi in prestito dalla elettronica europea. Tutto il progetto nasce da una curiosità per la contaminazione: Roma, Tokyo e Los Angeles si intrecciano in una mappa sonora in cui non ci sono confini, ma continui passaggi di stile e linguaggio.
Nel 1997 ti sei trasferito a Los Angeles intraprendendo diverse collaborazioni artistiche. Quanto hanno influenzato il tuo stile musicale?
«Moltissimo. Los Angeles è un crocevia culturale incredibile, dove puoi incontrare musicisti di ogni provenienza e stile. Mi ha insegnato ad avere un approccio più aperto e “globale”, a non pensare per categorie ma per emozioni. Vivendo lì ho imparato che la contaminazione è una ricchezza: ogni esperienza, ogni collaborazione, ogni suono nuovo ti cambia e lascia una traccia nel tuo linguaggio.
A Los Angeles hai collaborato anche con Vasco Rossi. Quale significato assume per te quel sodalizio artistico?
È stato un incontro fondamentale, anche perché, come molti musicisti della mia generazione, nasco innanzitutto come fan del suo lavoro. Con Vasco ho lavorato per diversi anni, soprattutto agli Speakeasy Studios di Los Angeles, in un contesto di grande energia creativa. Ho imparato molto dal suo modo di affrontare la musica: diretto, sincero, istintivo. Vasco cerca sempre la verità nel suono, e questo mi ha influenzato profondamente anche nel mio lavoro di produttore».
In questo periodo a quale progetto stai lavorando?
Sto ultimando la pubblicazione dei brani che compongono Paparazzi, Izakayas and Cowboys, in uscita il 12 Dicembre. Alcuni di essi sono accompagnati da un videoclip connesso agli altri, come episodi di un film musicale surreale. Parallelamente sto sviluppando nuovi concept audiovisivi e collaborazioni internazionali che proseguono la mia ricerca sull’incontro tra suono, immagine e narrazione. Il mio obiettivo rimane quello di costruire un linguaggio personale, in cui la musica non accompagna le immagini, anzi le genera ed rimane protagonista del risultato».