Si intitola “Instabile”, di titolo e ma non di fatto, il primo disco ufficiale di Fabio Smitti, artista trevigiano che ampiamente ha dato alla rete prove della sua vision musicale. E dopo diverse release di singoli e video, eccolo giungere sulla lunga distanza con un lavoro che si fa carico della responsabilità di un cronista: fotografa il tempo suo, quello nostro, quello degli uomini su questa terra… fotografa la crisi generazionale ma anche la caduta di sentimenti, la rinascita di un ego e tantissimo altro che ognuno può leggerci dentro… multistrato questo pop d’autore, solido, stabile… l’elettronica è un velo che dipinge, l’intelligenza è artificiosa e non artificiale.
Secondo te oggi un disco ha ancora la forza di smuovere il ragionamenti e analisi?
Lo spero: c’è un tempo per essere leggeri e un tempo per pensare. Sta a noi capire se e come.
Viviamo dentro le nostre ossessioni eppure lavoriamo per non farcela mancare. Secondo te, come sia possibile convivere con un simile paradosso?
Essere liberi in senso assoluto è molto difficile, comporta mettere in discussione il nostro “io”. Di questi tempi sono più quelli che l’io lo alimentano. L’uomo tende a seguire la massa per sentirsi parte di un gruppo e non essere escluso. Accetta le sue abitudini per paura di cambiare. Vivere così significa vivere con la sensazione che manchi sempre qualcosa. Finché un giorno magari decidiamo di ascoltarci e iniziare a cambiare le nostre priorità.
Il disco affronta spesso il tema della condivisione e del confronto: tematiche non sono distanti dalle nostre abitudini, ma soprattutto penso io anche molto combattute dal grande mercato. Cosa ne pensi?
Penso che questo disco sia lontano dal prodotto Mainstream; è una cosa diversa in cui potrebbero rispecchiarsi alcuni ascoltatori magari stanchi di sentire le stesse cose.
E parlando di produzione? Un disco che hai curato quasi esclusivamente in prima persona?
Molto di questo lavoro nasce dalle mie idee ma ringrazio diversi collaboratori che hanno dato un importante contributo alle sonorità finali. In particolare il produttore chitarrista Eduard Orselli, mi ha aiutato in alcuni brani a miscelare suoni e concetti, restituendo all’ascoltatore un viaggio stratificato.
Restando sul concetto di contaminazione e condivisione, lavorare da solo è un’opportunità o una chiusura?
Mi piacere essere la figura che prende le decisioni finali; i compromessi a volte sono una risorsa ma spesso smussano l’essenza delle cose. Allo stesso tempo, collaborando con diversi artisti, la condivisione delle idee arriva dove spesso non arriva il singolo.
Potremmo definire questo disco, un concept album? E se sì, dove approda il suo ragionamento?
Sicuramente. Tutto ruota attorno alla coscienza dell’uomo.