Enzo Gentile ha scritto “Ludovico Einaudi: La musica, le origini, l’enigma”, il primo libro dedicato ad uno dei musicisti italiani più noti ed apprezzati a livello mondiale (edito da Cluster-A, Collana Prisma, pag. 183) con la prefazione della musicista ed arpista Cecilia Chailly e la post-prefazione dell’architetto, docente e saggista di fama internazionale Stefano Boeri.
Per la prima volta viene narrato in un volume il percorso artistico ed umano di Ludovico Einaudi, prima dell’affermazione internazionale come compositore e concertista, esplorando la sua formazione, le radici, la dimensione più intima e familiare, spesso rimaste volutamente distanti dai riflettori: dalle prime esperienze con i gruppi rock nelle cantine di Torino al diploma in Composizione presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano con Azio Corghi e seguito dal perfezionamento con Luciano Berio, passando agli studi di musica contemporanea per giungere al successo internazionale.
Il volume propone una narrazione vivida e personale , accompagnata da rare foto e circa cinquanta testimonianze inedite e ricordi di musicisti, registi, coreografi, sceneggiatori e artisti che hanno lavorato negli anni con il compositore che tutti ci invidiano.
Noi di Mydreams abbiamo avuto il piacere di intervistare Enzo Gentile.
Il prossimo 23 novembre Ludovico Einaudi compirà 70 anni essendo nato a Torino nel 1955. Questo volume vuole essere un omaggio al grande pianista e compositore di cui lei è amico fraterno accanto alla necessità di essere il primo a mettere per iscritto il suo percorso umano e musicale?
Sì, direi senz’altro questo secondo aspetto principale nel senso che io, facendo il giornalista da tanti anni , ho cercato nel mio lavoro di evitare la condizione di fan. Questo non è un libro uscito da un fan club ma dalle ricerche, dalle considerazioni, dalle testimonianze raccolte appunto da chi fa il giornalista e si occupa di risalire alle fonti, di produrre informazioni, di raccontare il più possibile da vicino un fenomeno, quello di Ludovico Einaudi in Italia e nel mondo. Ho pensato che i realizzare questo lavoro servisse soprattutto a chi ne acquista magari i dischi , ha visto un concerto, lo ha applaudito ma forse non conosce la sua formazione. Come è arrivato Einaudi a questa popolarità, a questo successo? Il modo per farlo era scrivere un libro che è appunto il primo non solo in Italia ma anche all’estero.
Sappiamo tutti che il Maestro non ama essere classificato, le etichette non gli piacciono perché la sua musica è un mix di tante esperienze, anche diverse che lei descrive bene nel libro. Lei ha detto che Einaudi fa corsa a sé. In che senso? Per la sua musica o per il fatto di essere schivo e poco propenso a rilasciare interviste?
Sì, è una persona molto riservata, non lo vedrete mai in televisione nonostante ci siano state numerose richieste. Lo hanno invitato a Sanremo ma non è andato. Anche le interviste sono piuttosto rare. Io le ho trovate nel mio archivio e sono servite a realizzare questo mosaico. La sua volontà di tenersi lontano dal mercato ha creato un po’ di mistero, un po’ di segretezza intorno al personaggio.
Ci sono state soprattutto in passato delle polemiche tanto che Ludovico Einaudi si è meritato l’aggettivo divisivo.
Ho cercato di sentire quegli autori e quei compositori che erano compagni di studio di Ludovico ai tempi del Conservatorio di Milano, in particolare Lorenzo Ferrero e Luca Francesconi, artisti che hanno sviluppato lo stesso genere di conoscenze, di formazione e poi lo hanno visto dirigersi altrove. I tanti appassionati della musica classica vedono in certi passaggi della sua carriera una sorta di tradimento, un cambio di direzione che ovviamente è il frutto di una maturazione. Anche la tecnica pianistica per alcuni non è raffinata e non si è migliorata nel tempo. Ma Einaudi non ha mai voluto essere un virtuoso del piano. I musicologi gli riconoscono il grande merito di aver sviluppato un’idea, una definizione. É questo è indubbio dato il successo internazionale.
Numerose pagine del libro sono dedicate alle esperienze in Africa, in Mali , dove lei lo ha anche accompagnato. Sembra quasi impossibile a noi ascoltatori ricercarne tracce nell’attuale produzione di Einaudi. Pensa che queste esperienze lo abbiano influenzato? E in che modo?
Moralmente è difficile recuperare ma le collaborazioni partono proprio da quei viaggi. Ludovico era molto curioso e assorbiva come una spugna. Nella musica di Einaudi entrano tanti ingredienti della sua storia passata: la famiglia, le collaborazioni, i viaggi, gli incontri, la musica elettronica. È stato anche direttore artistico de La notte della taranta.
L’approfondimento sui primi anni dell’attività di Einaudi è stato più laborioso ed ha richiesto un impegno maggiore? Come si è documentato?
É un po’ il nostro mestiere e se uno riesce a farlo bene, questi sono i frutti. Conta anche il fatto che siamo cresciuti nello stesso tipo di società, abbiamo fatto le stesse esperienze, compravamo gli stessi dischi. Negli anni ’70 Ludovico inizia a suonare ed io a scrivere.
Varie ed interessanti sono le testimonianze che lei ha raccolto nel libro. Mi sono chiesta come abbia fatto. Quale è quella che fa luce sull’enigma Einaudi e quella più difficile da reperire?
La più difficile da avere è stata quella di Daniel Ezralow, tra i fondatori della compagnia Momix che abita in California . Quando lo abbiamo cercato c’erano degli incendi devastanti. La più probante è quella di Andrea De Carlo. Ludovico ha sposato la sorella come prima moglie. E’ una testimonianza molto affettuosa.
Einaudi ha scritto ben 80 colonne sonora sebbene la prima relativa a Il treno di panna, film del 1988, tratto dal fortunatissimo romanzo di Andrea De Carlo , sia stata stroncata dal critico Paolo Mereghetti. Il film venne presentato alla 45esima mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, nella sezione Nuovi Orizzonti. Secondo lei da dove ha tratto il Maestro la volontà di continuare?
Il film fu uno di quelli non riusciti ma credo che Ludovico rimase affascinato dall’ambiente cinematografico.
Se non erro compare anche in un cammeo.
Sì, ricorda bene. Ma gli rimase la tentazione, il desiderio di approfondire quel tipo di lavoro. Ed ecco che successivamente sono arrivate altre proposte. La più importante è quella del film Fuori dal mondo di Giuseppe Piccioni del 1999, con Margherita Buy e Silvio Orlando.
Leggendo il suo libro ho scoperto che alcune colonne sonore non sono state scritte appositamente per quel film ma riprese da musiche composte in altre occasioni o spunti.
Anche questo è vero. É riuscito ad adattare in un certo senso le emozioni provate durante la composizione alle scene di un film.
Quale disco o brano di Ludovico Einaudi lei apprezza maggiormente e consiglierebbe a coloro che volessero avvicinarsi al Maestro?
L’album Le onde del 1996, ispirato all’omonimo romanzo di Virginia Woolf e il brano Nuvole bianche, ascoltatissimo.
Pensa che Einaudi condividerebbe questo pensiero di Nietzsche: “Senza la musica la vita sarebbe un errore”?
Penso proprio di sì. Ludovico è cresciuto ascoltando, suonando, scrivendo e vivendo con intensità. Sono certo che ci riserverà altre sorprese.