La scritta proiettata all’esterno dell’edificio liberty delle Terme di Milano è già un’indicazione. Stasera si ascolta il nuovo album di Enya, Dark Sky Island, in uscita il 20 novembre, e tutto è come ci si aspetta, dal lettering del nome ai colori notturni che preparano inevitabilmente l’ascoltatore all’ingresso nel mondo ovattato delle musiche dell’artista irlandese. Non che Enya (nome del collettivo crerativo costituito dal produttore Nicky Ryan e dalla voce Roma Ryan) sia ferma in una comfort zone che dal 1988 (l’anno di Orinoco Flow) l’ha tenuta salda nelle orecchie degli ascoltatori più attenti alle raffinatezze pop.
Il disco, che si apre con la darkeggiante The Humming, porta istintivamente a quel genere che l’ha fatta conoscere planetariamente e apprezzare. Ci si ricorda il perché dei 4 Grammy, 6 Music Awards e del riconoscimento dell’Ivor Novello, il premio inglese dei compositori. Enya è un marchio che riabilita con la modernità dell’elettronica il canto celtico dei posti lontani e misteriosi. Il tema del viaggio e dell’eplorazione del settimo capitolo dell’artista è una scusa per inoltrare corpo e mente in una dimensione che più lontana non si può dal frastuono da classifica.
In questo album più che altrove, l’utilizzo dei suoni, complice anche Eddie Lee dei Nervous Animals, è quanto di più curato abbia realizzato. Il tutto è ispirato alle atmosfere di una delle Channel Island, veramente esistente, che si chiama Sark ed è conosciuta per essere priva di elettricità e automobili. Un posto, insomma, dove si può ammirare il cielo buio e stellato come Dio comanda. Ecco spiegato la presenza di titoli come Astra Et Luna e Diamonds on the Water.
Oggi si direbbe Spa music, ma in realtà un disco del genere è un’area riservata che tutti ci meritiamo per rilassarci. E per ricordarci dell’aspetto catartico che l’arte porta con se.
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