“Ensemble Dissonanzen. Trent’anni di musica contemporanea a Napoli (1993-2023)”, il volume a cura di Francesca Odilia Bellino e Antonio Mastrogiacomo, edito da Cronopio e
“In Canti”, il concerto del duo formato da Roberto Fabbriciani, flauto, e Paolo Carlini, fagotto: libro e concerto presentati in sala Assoli – Moscato a Napoli.
Diceva Hans Magnus Enzensberger che, come oggi il senso della vista è bombardato da immagini continuamente in movimento, così quello dell’udito è sopraffatto dal fracasso e dalla retorica.
Questo è ormai vero dovunque, ma particolarmente nella nostra fracassona città, che una volta gli intellettuali chiamavano “porosa”, ma che si direbbe essere sempre più “bucata”: basti pensare ai concertoni di Piazza Plebiscito o, peggio, agli esponenti maggiori, minori e minimi del cosiddetto hip-trap urbano.
Per loro e per il loro pubblico vale, moltiplicato all’ennesima potenza, quello che diceva Theodor W. Adorno già negli anni Cinquanta: “merci musicali standardizzate, dove tutto è talmente simile che la preferenza è legata solo al dettaglio biografico o alla situazione particolare di chi ascolta”.
Per fortuna, però, perfino in questo contesto c’è ancora chi eroicamente resiste e sa offrire altro e di meglio: gente musicalmente preparata che, senza presunzione intellettuale, si batte contro il degrado sonoro e il triviale dell’arte, e in favore del loro opposto, ossia costruzioni meditate, o avvincenti improvvisazioni, o perfino edificanti pause di silenzio (John Cage docet).
Alludo all’Ensemble Dissonanzen, di cui ieri, presso la Sala Assoli, si è ricordata l’ultra-trentennale attività cittadina a favore della musica contemporanea.
Lo hanno fatto, con finezza di ragionamento pari al loro eloquio facondo, la musicologa romana Daniela Tortora, il critico musicale napoletano Stefano Valanzuolo ed il musicista genovese Claudio Lugo, presentando, assieme agli autori,
il volume-consuntivo “Ensemble Dissonanzen. Trent’anni di musica contemporanea a Napoli (1993-2023), scritto a quattro mani da Francesca Odilia Bellino e Antonio Mastrogiacomo, per la Cronopio editore.
Alla presenza di un pubblico abbastanza folto, ma soprattutto molto partecipe e ben addentro a questi discorsi, si è ripercorsa, anche con l’ausilio di un bel montaggio fotografico, la lunga attività di questo benemerito collettivo artistico, una realtà pressoché unica da noi, che se fosse stata attiva altrove sarebbe già onusta di grandi allori.
Nata appunto nel 1993 per iniziativa del violoncellista Marco Vitali e del semiologo Massimo Bonfantini, Dissonanzen inizialmente si è dedicata alla divulgazione delle avanguardie storiche (realizzando in prima esecuzione napoletana opere fondamentali come Le Marteau sains Maitre di Boulez e varie opere di Bussotti, ma anche il Pierrot lunaire di Schoenberg e composizioni di Messiaen, Nono, Cage, Henze, Scelsi, ecc.);
poi col nuovo millennio ha cominciato un lungo percorso ancor più avvincente e complesso di produzioni di inediti, attraverso l’attività del proprio Ensemble cameristico omonimo.
Tale Ensemble ha saputo spaziare dall’improvvisazione all’ elettronica, dalla sonorizzazione dei cortometraggi, al teatro e alla multimedialità, fino alla messa in dialogo tra musica antica e contemporanea, senza tralasciare di valorizzare spazi cittadini insoliti e suggestivi, e sfruttando la sinergia con le migliori forze provenienti dal mondo accademico (soprattutto l’Istituto Orientale), dagli istituti di cultura stranieri (Goethe, Grenoble, Cervantes) e ovviamente dal Conservatorio San Pietro a Majella, che sono anch’essi un non piccolo vanto per la nostra città.
Nell’arco di ben trenta stagioni concertistiche, si sono registrati picchi notevolissimi, come le collaborazioni con artisti internazionali quali Markus Stockhausen, Evan Parker, Marc Ribot, ma anche nazionali (due su tutti, Giorgio Battistelli e Cristina Zavalloni).
La forza di questa esperienza, però, riposa e resta in capo ai principali animatori della compagine, che sono musicisti ed artisti di forte tempra e di larghe vedute: il flautista Tommaso Rossi, il pianista Ciro Longobardi, il chitarrista Marco Cappelli, la danzatrice Alessandra Petitti, il compianto flautista Raffaele Di Donna, il compositore Lugo e ancora:
Francesco D’Errico, Marco Sannini, Manuela Albano, Daniele Colombo ed altri.
Dopo aver notato, significativamente, che Dissonanzen si è caratterizzata, fin dalle origini, proprio per il fertile connubio tra forze napoletane e non napoletane, diciamo pure tra Sud e Nord, il che forse è la principale ragione del suo successo e della sua vitalità, Daniela Tortora, che era anche moderatrice del dibattito,
ne ha ripercorso le tappe principali e soprattutto inscritto tale esperienza in un quadro storico più ampio, segnato da esperienze di respiro nazionale, come la romana “Nuova Consonanza”.
Stefano Valanzuolo ha invece messo in luce, con un serrato ragionamento, le caratteristiche operative di Dissonanzen entro il peculiare contesto partenopeo, giustamente lamentando come questi ultimi trent’anni siano stati caratterizzati da una indubbia tendenza alla recessione culturale e alla trivializzazione del gusto, che è proprio nella “mission” di Dissonanzen tentare di invertire.
Claudio Lugo ha ripercorso il senso della sua fondamentale collaborazione, mettendo l’accento sulla vitalità delle esperienze trasversali tra musiche e linguaggi diversi.
Infine i due autori, Bellino e Mastrogiacomo, hanno ben illustrato le fasi di realizzazione del progetto editoriale confluito nel volume, che oltretutto è corredato da una succosa serie di interviste ai protagonisti e da tante foto.
Il punto essenziale di tutta questa esperienza a noi sembra, parafrasando di nuovo Adorno, che la “fuga dal banale” non solo sia possibile, ma anzi è auspicabile, tuttavia mantenendo bene i piedi incollati alla realtà del nostro tempo e della nostra società, e quindi senza trasformarsi in “collezionisti di farfalle”, né in “feticisti del serio e del pesante”.

