Tra folk e canzone d’autore, tra quel rock anni ’70 che richiama la ruggine dei The Band alle nuove stesure d’autore di oggi, prive di digitale… assolutamente prive. Punto e a capo. Andrea Sandroni aka Dirlinger ci regala un ascolto fuori dal tempo o che al tempo chiede di non scorrere troppo. Andrea Sandroni aka Dirlinger pubblica “Contastorie” e lo fa con una naturalezza che sembra non accusare il colpo di chi resta incredulo a quanto passato possa vivere dietro le trame di un disco moderno. Che poi, ascoltandolo attentamente, è tutt’altro che “antico”…
La tua estetica sonora guarda indietro, ma i tuoi testi parlano del presente. Come convive questo equilibrio tra passato musicale e urgenze contemporanee?
Se guardo indietro nella musica, tra il folk e la canzone d’autore, non posso non notare come un certo tipo di sonorità si sia certo mantenuta in maniera più o meno fedele nel tempo; d’altra parte, i cantautori socialmente impegnati hanno sempre cercato di parlare del proprio tempo, e anche quando hanno cantato del passato, lo hanno fatto cercando di dare spunti di riflessione sul presente. Un conto è mantenere forma e sostanza di un certo modo di fare musica, un altro è ricalcare per pura nostalgia fine a sé stessa.
Nel recupero di un certo suono retrò c’è più nostalgia personale o più desiderio di restituire al pubblico una memoria collettiva?
Le canzoni hanno quei suoni perché, scrivendole, era come se un po’ chiedessero da sé che quello fosse il loro “vestito”, scarno quanto basta da lasciare davanti il testo e la melodia. Per me è stato naturale farle così.
Raccontaci de “Il Salotto di Dirlinger”: che poi oggi è l’esperienza la vera urgenza in sede collettiva, vero?
La dimensione della musica dal vivo oggi è fondamentale: le grandi città pullulano di situazioni come open mic e showcase che sono fondamentali per ascoltarsi, conoscersi e scambiare punti di vista non solo tra chi scrive, ma anche per chi esce a bersi una cosa. In provincia è tutto ridotto, i locali come gli artisti. Serviva però crearsi una situazione del genere nella zona da cui provengo (tra Rimini e Pesaro) perché c’era una bella proposta variegata che meritava attenzione, e quindi ho delineato questo spazio comune itinerante che dà tante soddisfazioni.
Storie segnate dalla violenza, dalla precarietà, dalla disillusione. L’ispirazione di tutto questo da dove arriva?
Dalle storie degli altri e un po’ dalla mia immaginazione, che riesce a creare percorsi narrativi e finali alternativi.
E quindi vedo le liriche che intrecciano cronaca a narrativa: esiste anche una radice letteraria da cui non puoi prescindere?
Oltre alla radice narrativa insita nei primi cantautori c’è sicuramente una base narrativa e cinematografica che mi permette di essere diretto ed evocativo: Hemingway e Tondelli sono i primi due nomi che mi vengono in mente per le strutture e per i personaggi di cui forse ritrovo qualcosa anche nei miei di questo album.
Un primo disco: hai trovato la tua identità o la stai ancora cercando?
La mia identità ha poche certezze ma ben salde che cercherò di portare anche nelle prossime cose (e inevitabilmente ci finiranno): spero però di cambiare bene vestito per la prossima presentazione, e questo perché siamo sempre tutti in movimento e in mutamento, e questo non può non ricadere anche su una cosa così personale come scrivere canzoni.