Pop, chitarre acustiche, elettronica e parti orchestrali convivono dentro un disco difficile da incasellare nelle abitudini di oggi. Si intitola “Le mie cinque fasi”, opera nuova per Daniel Dagrezio realizzato in collaborazione con Daniel Tek. Pubblicato in autoproduzione il 18 marzo scorso, un lavoro ed un suono costruito in studio volutamente formato come un racconto unitario: suoni d’ambiente, passaggi strumentali e dettagli ricorrenti a collegare il tutto, questa voce che ci introduce narrando una “geolocalizzazione” emotiva del viaggio… gli arrangiamenti cambiano secondo i temi affrontati, dalla tensione rock di “Ci vuole solo tempo” alla country ballad “Mai abbastanza”, fino alla verità nuda e strumentale di “Piccola”. C’è l’uomo prima delle sue macchine e della sua penna. C’è un sentire di vita unico e personale denso di sbavature e imperfezioni nonostante il suono si muova dentro i rigidi reticoli stilistici del main stream.
Un disco di grande pop… 17 tracce… davvero contro ogni abitudine. Perché?
Perché questa storia aveva bisogno di quello spazio. Avrei potuto ridurla, renderla più adatta ai tempi che viviamo, ma avrei tolto delle sfumature importanti. Oggi siamo abituati a consumare la musica velocemente. Io, almeno per una volta, volevo invitare chi ascolta a fermarsi.
Hai disseminato il disco di dettagli ricorrenti, come il bazar, il tremore delle mani, il giradischi. Ti affascina l’idea che siano gli oggetti, più delle grandi dichiarazioni, a custodire la nostra biografia?
Assolutamente sì. Sono convinto che la memoria si appoggi ai dettagli. Spesso non ricordiamo una giornata intera, ma ricordiamo il rumore di una porta, il profumo di un posto o il modo in cui qualcuno teneva una tazza tra le mani. Sono questi particolari che rendono una storia vera.
Un lavoro massimo di arrangiamenti. E poi tanti brani dalla faccia diversa…
Ogni arrangiamento è un personaggio. Non volevo che la produzione fosse una cornice, ma parte della narrazione. Se cambia il luogo, cambia anche il modo in cui quel luogo suona. Per questo il disco attraversa mondi musicali diversi senza perdere la propria identità.
Nel comunicato si parla di frequenze, dinamiche e spazialità…
Molto. Ho sempre pensato che il suono abbia una profondità proprio come un’inquadratura cinematografica. Puoi mettere qualcosa in primo piano, lasciare qualcos’altro sullo sfondo, creare distanza oppure intimità. Abbiamo usato queste scelte per distinguere il presente dal ricordo senza bisogno di dirlo esplicitamente.
Oggi si parla molto di salute mentale…
Io sono molto appassionato a questo argomento, tant’è che attualmente mi sto formando come psicologo all’università. Io penso che il dolore non sia un nemico da eliminare a tutti i costi. È un messaggero. Diventa pericoloso quando resta senza ascolto o quando pretendiamo di farlo sparire in fretta. Credo che oggi ci sia molta più attenzione verso la salute mentale, e questo è positivo, ma a volte abbiamo ancora paura della complessità. Preferiamo risposte semplici a domande molto profonde.
E alla fine, riascoltando: questo disco il dolore lo cura, lo racconta… o cosa?
Un disco non può guarire nessuno. Però credo che possa fare una cosa molto importante: far sentire meno soli. Se, ascoltandolo, anche una sola persona pensa “quello che sto vivendo ha un nome, qualcun altro lo ha attraversato”, allora quella musica ha già fatto qualcosa di prezioso. Per me l’arte non elimina il dolore. Gli dà una forma. E devo dire che ho ricevuto molti messaggi da persone che mi hanno confidato proprio di essersi sentite capite e che hanno ritrovato in questo disco la descrizione musicale di cose che provavano ma non sapevano definire. Per me questa è una grande gioia.