Nel mondo cangiante di Anita Brightfly, la musica è una mappa emotiva, un continuo spostamento tra passato e futuro, tra intimità e scena da vendere al perbenismo della pubblica piazza. Con “Margherite”, suona severa la condizione umana, la mette a fuoco nel suo linguaggio: elettronico ma umano, leggero ma profondo, autobiografico e al tempo stesso universale. Eccentrico ma anche denso di fragilità romantica. Ogni brano è una stanza diversa di una stessa casa, abitata da amori, dubbi e nuove consapevolezze. Pregiata la produzione che vede anche la firma di Edoardo Piccolo
In questo lavoro sembri aver cercato una libertà espressiva nuova, senza un filo conduttore prestabilito. È una scelta di maturità o un modo per restare in movimento?
Non è stata una scelta voluta è stato inevitabile ed anche casuale quindi fatale.
La voce, nel disco, attraversa stati d’animo molto diversi: come lavori sul timbro e sull’interpretazione per rendere credibile ogni sfumatura emotiva?
Grazie infinite per il lusinghiero apprezzamento. Io mi limito a provare il brano sull’arrangiamento dal mio piccolo scarlett che per miracolo sono riuscita ad installare da sola sul PC cercando di impararlo a memoria e cerco di essere più a mio agio possibile nel seguire il ritmo. L’interpretazione avviene più spontaneamente per il fatto che avendolo scritto io, nascendo da dentro, sono già in sintonia profonda con quello che canto dunque cerco solo di immedesimarmi, magari utilizzando dei ricordi o delle immagini e questo lo faccio solitamente quando sono a studio. Volevo tanto studiare canto, l’ho desiderato per anni ma ho avuto un incidente alla voce proprio dopo avere realizzato “LEt me”il mio primo brano e da lì solo cure ,integratori ,logopedia che mi ha aiutato molto a cantare. Adesso ho perso un po ‘di vista il movente ma so che sarebbe importante per essere davvero competitiva data l’immane quantità di persone che pubblicano musica oggi. La quantità dei brani che esce ogni settimana ,mi diceva l’arrangiatore , è pari a quelli che uscivano in un anno nei mitici ’80.
Hai curato personalmente la produzione. Un controllo totale significa anche manifesto di identità e di emancipazione?
Certamente, l’autoproduzione significa che mi sono di certo emancipata, anche se la strada per la vera emancipazione è ancora lunga. Se ripenso a com’ero quando sono partita ho fatto passi da gigante in questa direzione.
E se volessi indicare un manifesto di tutto questo lavoro citerei “Discriminata”: cosa ne pensi?
Penso che hai centrato in pieno. E’ il brano che più di tutti parla di un’esperienza vissuta e dolorosa che racchiude un passato che mi ha segnata già dalla primissima infanzia.
Guardando avanti, dopo “Margherite”, quale direzione senti di voler esplorare — più intima o più sperimentale?
Bè ora che me lo chiedi ti dirò, entrambe se possibile, sicuramente quella più sperimentale.