
ph S. Bossone
In scena, al Teatro Elicantropo di Napoli, Ginestre di Elvira Buonocore con Stefania Remino e Alessia Santalucia, regia di Gennaro Maresca; una produzione B.E.A.T. teatro.
Ginestre si ispira all’alluvione che il 5 maggio 1998 colpì il comune di Sarno e le limitrofe zone di Quindici, Siano, Bracigliano e San Felice a Cancello, causando la morte di 160 persone. Un evento profondamente radicato in queste aree, a quasi trent’anni di distanza. Ma lo spettacolo intreccia memoria collettiva e fragilità individuale. È un viaggio nel cuore della provincia italiana, tra detersivi e detriti, sorellanza e reclusione. Consiglia e Felicia detta Licia: due donne, chiuse nel retrobottega di un negozio, resistono a un mondo che frana, letteralmente e simbolicamente. I loro gesti quotidiani si mescolano a riti familiari ossessivi, in un tempo che si dilata tra infanzia e vecchiaia, tra gioco e tragedia. «In Ginestre, – spiega Elvira Buonocore, – le due donne vivono a livello della strada. Sono esposte. Vulnerabili. La vulnerabilità è il grado di perdita prodotto su un elemento o su una serie di elementi esposti a rischio, risultante dal verificarsi di un evento dannoso di una intensità data. Un indicatore geologico prima ancora che umano. Vulnerabilità è esposizione a un rischio. A un crollo. A una frana. Il paesaggio fisico qui diventa rappresentativo, metafora di uno stato emotivo.» In Ginestre «è la natura che ci governa, – scrive nelle note di regia Gennaro Maresca, – è la malaciorta, è Dio in collera per il degrado, è la politica e le istituzioni, la differenza sostanziale tra la vittima inconsapevole e il potere, che tutto controlla e che tutto (catastrofi comprese) dovrebbe prevenire. Un flusso di ovvietà e forzature di cui i media moderni si cibano restituendoci il dolore spettacolarizzato. Ginestre è il tentativo poetico di fare memoria, di considerare la persona quale testimone di tempo e di spazio.»
Un’ambientazione apocalittica e claustrofobica di un retrobottega di detersivi è lo spazio dell’anima in cui si dipana la vicenda delle due protagoniste, Consiglia e Felicia. All’esterno, spazio agognato ma mai raggiunto dall’interno (ci si ferma, al massimo, sull’uscio per fumare) le due cercano un altrove di felicità (forse) e di libertà (sicuramente) che presto però si trasformerà in un inferno di promesse disattese. Le invettive di Consiglia, a base di lotta di classe mai sopita, e le fantasticherie puerili di Felicia/Licia, a base di cartoni e tv patinata anni Novanta, si alternano con ritmo sostenuto, in un frenetico tentativo di riempire di parole il nulla sociale, culturale ed emotivo che le circonda. Ma, come sembra indicare il titolo del profondo testo di Elvira Buonocore, similmente al fiore leopardiano che si ostina a sopravvivere alla colata di lava del Vesuvio, forse anche qui c’è spazio per la speranza in un futuro di rinascita dalla colata di fango. Incisiva e piena di suggestioni la bella regia di Gennaro Maresca; ottima la performance delle due protagoniste, Stefania Remino e Alessia Santalucia, cui va il merito di aver saputo rendere vivi e pregnanti due personaggi psicologicamente complessi. Da vedere.