Si intitola “Terra Vergine” il primo disco di canzoni di Alessandro Serra. Andiamo a Salerno, nella sua terra di confine e di contorno, andiamo dentro i corridoi concettuali di un professore di filosofia e di un poeta che scrive e pubblica per Abrabooks dal titolo “Terra vergine. Cento poesie per cuori a maggese”, 100 poesie divise in 10 capitoli… ogni capito un titolo… ogni capitolo diviene oggi una canzone. Cerca di dare il suo contributo alla sconfitta della banalità – almeno nella mia lettura – non dovendo per forza di cose regalarci l’ennesimo disco di un cliché elettronico fatto di soluzioni ampiamente sdoganate ormai. Non ci sono intelligenze artificiali piuttosto un lavoro artigiano di suono suonato e l’elettronica, dove giunge, serve a colorare e mai a determinare unicità. È un disco semplice che va però letto: ecco cosa chiede “Terra Vergine”. Le canzoni dentro cui le parole sono centrali. Il resto è un abito…
Mascherare e mascherarsi… ho come l’impressione che far di conto con la propria identità sia un punto fermo di questo libro e di questo disco. Vero?
Mascheramento e smascheramento si alternano come fasi dello stesso processo: l’identità, non è qualcosa di statico, ma qualcosa di vitale e dinamico, come una danza. In una danza c’è un momento in cui si può stare anche immobili e in posa, ma questo non significa che non si sta ballando. Vale lo stesso con le pause nella musica. Questo progetto cerca di mostrare come le radici hanno senso proprio quando si trasformano in un trampolino per il volo. Non è casuale che nella copertina la bravissima illustratrice e cantautrice Fedeshui abbia disegnato un uccellino con il corpo collegato alla vegetazione quindi alla terra.
Colori tenui… almeno nelle grafiche degli oggetti. Ha una ragione precisa? O solo gusto estetico?
I colori tenui delle grafiche e l’idea delle illustrazioni sono connessi al modo gentile con cui vuole porsi il progetto. Sono consapevole della mole di uscite che bombardano gli ascoltatori ogni giorno: io volevo dare una veste grafica che cercasse semplicemente di accompagnare il lettore e l’ascoltatore in un percorso che ha l’intento di rallentare rispetto ai ritmi prestabiliti della produttività, al fine di mettere al centro l’interiorità e la sensibilità di chi vuole ascoltare, leggere e per che no, anche osservare – considerando sia le illustrazioni che i tanti videoclip che accompagnano questo progetto – semplicemente per il gusto di farlo.
E a proposito: estetica e contenuto. L’annoso dilemma che attanaglia tutti gli artisti. Per te è importante l’uno, l’altro o un connubio tra i due?
Per me non c’è nessun dilemma fra estetica e contenuto che attanaglia l’artista. È la società di massa ad inculcarci l’idea secondo la quale le cose belle e piacevoli debbano essere senza contenuto. Prima dei condizionamenti sociali ognuno di noi ha invece la possibilità di lasciar essere lo sguardo del proprio bambino interiore. Per il nostro bambino interiore infatti cogliere la bellezza significa già esplorare come un viaggiatore e ricercare come un filosofo. Il bimbo che pressa l’adulto con il gioco dei perché è lo stesso in grado di cogliere la bellezza nei dettagli e nelle piccole cose. L’artista se vuole essere libero a mio avviso deve lasciar essere il proprio bambino interiore e abbandonare la logica commerciale che punta sull’apparenza e sulla capacità di convincere un acquirente a comprare un prodotto. Ogni artista non dovrebbe seguire trend per cercare più fan, ma dovrebbe semplicemente essere ed esprimere sé stesso. Il vero artista ha un fuoco che brucia dentro che non ha a che fare con vendite, ricavi, followers, stream e compagnia bella: tutte queste cose – nella misura in cui restano strumenti per esprimere l’autentico ritmo del nostro muscolo cardiaco – non sono da demonizzare; tuttavia, quando vengono considerati non più mezzi ma fini, si sfalda tutto e ci sfaldiamo anche noi.
“Scacco matto”… al fake? Alla versione più finta di noi?
Sicuramente questo disco e in genere questo progetto è un richiamo all’autenticità. In primis lo è stato per me nella scrittura, perché le poesie e le canzoni sono venute fuori da decenni di esistenza vissuta e scriverle mi ha aiutato nel difficile compito che attanaglia l’adulto nella nostra società: cercare di lasciare il cuore aperto e la mente in ascolto. Al contempo spero che sia un richiamo all’autenticità anche per chi avrà piacere di avvicinarsi ai brani e alle poesie del progetto. In casa ho una cucciola di 4 anni che con un solo sguardo mi costringe ogni volta a buttare via tutte le maschere e le finte sovrastrutture; i miei brani e le mie poesie non avranno mai la forza e l’energia del suo sguardo, ma come umile suo discepolo ho quell’intento lì: restare autentico per suscitare autenticità.
E nonostante l’eleganza il disco sempre si dedica a quel sapor di popolo come dentro il video di “Terra Vergine”… che rapporto hai con le tradizioni popolari?
Il disco ha diverse anime musicali, ma sicuramente quella folk è presente nel suo senso etimologico profondo e originario: la musica è del popolo e deve restare del popolo perché è dalla sensibilità delle persone che tutto inizia e tutto ritorna; il mondo mass-mediatico, liberale e tardo capitalistico basato sul capovolgimento del rapporto di domanda e offerta considera il popolo semplicemente “massa” da influenzare, plasmare, coinvolgere e tacitamente utilizzare. Le tradizioni popolari invece sono radici vive che ci suggeriscono che le persone collegate fra di loro nel tempo e nello spazio sono già sempre comunità solidali che portano sapienza, vitalità ed eleganza. La canzone è “popolare” quando riesce ad essere depositaria dello spirito del proprio tempo, quando suggerisce un segreto contesto di ascolto come immaginario collettivo, quando favorisce una connessione silenziosa e spontanea fra autore e ascoltatore come un ponte percorribile in tutte e due le direzioni. Mio nonno era abile nella tecnica agronomica dell’innesto ed io spero di essere nell’ambito della scrittura musicale e del lavoro in aula con i ragazzi, bravo almeno la metà di lui. A mio avviso quella della tradizione popolare è una dimensione più ampia di quello che il senso comune senza riflettere più di tanto immagina: è lì dentro che ognuno di noi fa i conti con il proprio passato e trova quella famosa “strada” che dà realmente senso alla propria vita, come lo fa una vocazione interna di cui si sente il richiamo.