Al Teatro Mercadante di Napoli è di scena Ezra in Gabbia o Il Caso Ezra Pound, con Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini, scritto e diretto da Leonardo Petrillo; una co-produzione TSV – Teatro Nazionale, OTI – Officine del Teatro Italiano (spettacolo fuori abbonamento, repliche fino a dom. 26 aprile).
A più di mezzo secolo dalla morte del poeta/profeta americano naturalizzato italiano, Ezra Pound (che morì a Venezia nel 1972), l’attore-regista-drammaturgo Leonardo Petrillo mette in scena Ezra in Gabbia, un monologo in cui il controverso poeta ripercorre la sua vita, le sue opere, le sue idee politiche, la sua poetica. Dai soggiorni londinesi e parigini d’inizi Novecento, in cui conobbe e frequentò l’Intellighenzia europea di quegli anni (Joyce, Cocteau, Hemingway, T. S. Eliot), all’innamoramento per l’Italia (Rapallo e Venezia, dove risiedette e frequentò, tra gli altri, Peggy Guggenheim); dall’entusiasmo per il Fascismo, alla fatale adesione alla Repubblica di Salò; dalla sua cattura da parte degli Americani che lo accusarono di tradimento e rinchiusero per venti giorni in una gabbia di ferro, al rimpatrio, in seguito al quale trascorse quasi tredici anni in un manicomio criminale, per le sue idee anticapitalistiche e antisistema; fino al ritorno in Italia, nella sua amata Venezia, città della bellezza, della nostalgia e della libertà. ove – provato dagli anni della “rieducazione” – morì. «Ezra in gabbia è uno spettacolo – afferma il regista – basato sulle ossessioni: ossessione per la giustizia, per la libertà, per l’usura, che corrode il mondo… L’ossessione dell’uomo Pound che si sente inadeguato, per non essere riuscito, se non a sprazzi, a far fluire carità e amore, “a rendere le cose coerenti”; ma difende la sua poesia, la scoperta delle incongruenze sociali e artistiche, del mondo e degli uomini.»
In una scena spoglia, in cui solo un fondale proietta immagini che evocano il racconto e gli stati d’animo del protagonista, troneggia al centro la grande gabbia di ferro, reale eppure metaforica in cui viene imprigionato il poeta e in cui si cerca di comprimerne le idee. Ci troviamo così ad assistere a un lungo mémoire con cui Pound, alla fine della sua tormentata parabola, compie una nitida disamina sulle sue scelte, sui motivi che lo condussero a operarle e sul prezzo che fu costretto a pagare per la sua coerenza. Due sono i temi in cui insiste particolarmente: la libertà intellettuale e l’usura di cui il sistema bancario-capitalistico del suo tempo (e anche del nostro) ha reso schiavo il cittadino, succube di un’élite plutocratica che spinge alla guerra per tutelare i suoi interessi. Il tutto attraverso una regia, quella di Leonardo Petrillo, attenta e misurata, che ha il dono della sintesi e della chiarezza, e dell’interpretazione magistrale dei suoi protagonisti. Così troviamo un Mariano Rigillo col suo caratteristico eloquio lucido e al tempo stesso appassionato, dalla gestualità di grande potenza espressiva, perfettamente calato nei panni del grande uomo piegato ma non spezzato e, dall’altro lato, una Anna Teresa Rossini potente e penetrante, che interviene come voce poetica a leggere alcuni tra i passi più significativi delle opere dell’autore, primi fra tutti quei Cantos, ponderosa e ambiziosa derivazione dal poema dantesco, suo lascito poetico, dai quali si aspettava fama imperitura. Così, tra profondità di ragionamenti e bellezza dei versi, questi due straordinari interpreti ci conducono per mano alla scoperta di un personaggio con molti chiaroscuri, ma sicuramente trai più pregnanti della cultura del Novecento. Il pubblico si lascia incantare e risponde con una vera ovazione finale.