La penso come una sua personalissima urgenza questo disco che incontra una lunga schiera di collaborazioni per la produzione e il ricamo finale. E non è un caso che lungo l’ascolto, questo esordio in fondo sfoggia grande esperienza e padronanza anche di saper infrangere aspettative e cliché. Adriano Meliffi in arte AdriaCo ci porta all’ascolto di questo suo primo lavoro di inediti dal titolo “Collezione di arretrati”, un raffinato e solidissimo pop intonato e futuristico, dove il digitale non inquina e non comanda, suono che somiglia agli anni che si porta dietro, coerente e forse ancora povero (per fortuna direi anche) di quelle melodie ruffiane per il mani stream. C’è personalità senza sfoggiare nel compitino per casa… e lo si capisce anche dalle risposte che ci vengono restituite…
È un bel disco… mi ritrovo in chi lo definisce pulito, acqua e sapone… sinceramente: volevi forse così o sei stato guidato a renderlo tale?
Volevo fosse così senza dubbio. Volevo fosse diretto e parlasse alla pancia. Anche per scrollarmi di dosso quest’etichetta che mi avevano appioppato che io fossi tutto cervello, tutto preso a fare scelte di nicchia, da persona che si sente che ha studiato musica. Ma quando mai? Volevo che fosse autentico questo sì, a volte questo lo fa allontanare da ciò che oggi vende, anche perché molte sono canzoni vecchie. Niente è lasciato al caso. E la centralità della parola è stata una costante, ci siamo imposti di non fare niente che non fosse in linea con lo spirito con cui le canzoni erano state scritte. Ed eccoci qui, a volte è uscito qualcosa di troppo “semplice”, altre volte può dare l’impressione di un’incompiuta, ma tutte sono state scelte partite da dentro di me e non da condizionamenti esterni.
“Dall’altra parte del mare” – Official
Te lo chiedo perché poi nell’ascolto incontriamo degli interludi che sono tutt’altro che lineari… che altra faccia sono di te?
Beh, sono degli interludi, dei momenti in cui tutto si disgrega per prendere nuove forme. Un po’ come il caos prima di raggiungere una nuova meta. Ci ho lavorato da solo, a distanza di quasi un anno dalle altre registrazioni ma è tutto materiale che era stato registrato per il disco, per altre canzoni. Solo ricompattato in modo diverso. Quindi dovrebbe suonare in continuità con gli altri pezzi ma sorprendente in qualche modo. E poi c’è anche il fatto che quando non ci sono le parole a portare contenuti, è la musica che deve dire di più, diventare più espressiva. Mi sono divertito ad assemblare queste tracce e ci può stare che suonino più sperimentali, ma in fin dei conti penso sia solo l’altra faccia della medaglia di tutte le canzoni.
Un linguaggio pop diretto che arrivi a quante più persone possibili… somiglia anche ad un enorme compromesso? L’hai vissuta in questo modo?
Non direi. Non ho sentito dei veri compromessi in questo disco. Anzi di solito mi dicono che anche quando provo ad essere pop non lo sono abbastanza. O che ho un mio modo di esserlo che poi non combacia con ciò che vuol dire esattamente nel senso comune la parola pop. Per me ho semplicemente fatto delle scelte, volevo un disco che portasse il mio mondo interiore fuori. È acqua e sapone perché non sono mai stato un provocatore. Certo, nemmeno un ruffiano. Ma non credo ci sia ruffianeria nel mio essere diretto. Invece mi sento molto scomodo senza volerlo a volte, come se dicessi la cosa sbagliata al momento sbagliato. E anche questo è un aspetto che ritrovo nel disco, come se fosse troppo diretto a volte, mi mettesse troppo a nudo.
“Dire” – Official Video
E se gli “arretrati” hanno senso proprio perché persi nel passato? A che serve riprenderli secondo te?
A chiudere un cerchio, a dare un senso alla propria storia, alla propria volontà che non è morta. Anche, perché no, a darci un taglio. Perché a volte tirarli fuori è l’unico modo per dire “ok, non mi servono più”. Ma io sono per le celebrazioni, degli inizi e dei finali. Questo è un disco catartico, di liberazione. Poter dare vita a cose che ci teniamo dentro da tanto tempo mi ha dato nuova linfa vitale. Nella mia visione noi siamo anche il nostro passato. È quello che intendo quando in Mercato dico “Adesso non butto niente”, è come se crescendo accumulassimo tante versioni di noi stessi. È importante saper riconoscere quali tenere e quali no, ma dove sentiamo che siamo noi davvero, anche se non è più uno specchio del presente, bisogna prendersene cura.
Un taglio di voce decisamente figlio di certe scuole… particolare e caratterizzante. In tal senso che studi e che ispirazioni hai preso?
Ho iniziato a studiare canto a 19 anni con già una solida base nella musica come pianista e soprattutto già un centinaio di canzoni scritte e uno stile personale già in via di sviluppo. A volte riconosco che c’è stata un’evoluzione nei miei ascolti ma più spesso invece realizzo con stupore quanto il mio nucleo artistico fosse già lì prima ancora che un percorso iniziasse. Tra i miei ascolti spiccavano Elisa, Alanis Morissette, The Cranberries, ma anche Tori Amos, Jeff Buckley, Coldplay, REM, Radiohead, Kate Bush e Depeche Mode e poi random tipo i Nirvana. C’era già un sacco di roba e molto eterogenea ma quelle sono le mie radici e trovo che parte di tutto questo sia rimasto nella mia voce (forse non tutto emerge in queste canzoni ma giuro che c’è). Il percorso di studi non è mai lineare, si fanno mille incursioni ed escursioni, in dei periodi ci si fissa con degli stili con dei suoni, si scopre anche tanta nuova musica, ho cominciato ad apprezzare di più il cantautorato classico, ho scoperto un amore per Daniele Silvestri e Niccolò Fabi. E poi in accademia sei bombardata di jazz, funk, soul e sperimenti, scopri e trovi soluzioni. Tutto fantastico ma a un certo punto non ci capisci più niente. Per fare questo album, ora che gli studi sono finiti ho dovuto ritrovare le mie radici, anche qui scavare tra i miei arretrati in cerca della mia identità e restituirla in una versione 2.0.